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Benvenuti a Marwen

sabato 26 Gennaio, 2019 | di Michele Galardini
Benvenuti a Marwen
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Evoluzione del mezzo
Vittima di un brutale pestaggio a sfondo omofobo, Mark Hogancamp prova a rielaborare il trauma costruendo un mondo parallelo: la città belga di Marwen. Lì il suo alter ego, il capitano Hogie, è a capo di una piccola ma agguerrita milizia tutta al femminile che trascorre le giornate ripulendo il mondo dai nazisti. Quando la realtà bussa alla sua porta i due mondi cominciano a collidere.

Se non fossero esistiti i Beatles oggi le classifiche del fu Rolling Stone sarebbero zeppe degli album dei Kinks e, con la stessa dose di irrealtà, se Steven Spielberg avesse seguito le orme del padre, diventando ingegnere elettronico, oggi scriveremmo libri sulla poetica di Robert Zemeckis. Cosa che, oltre a rappresentare un’ucronia, sarebbe ingiusta nei confronti del regista di Chicago, da sempre artigiano, più che autore, scienziato, più che artista. mediacritica_benvenuti_a_marwen_290Prima di Benvenuti a Marwen c’è Marwencol di Jeff Malmberg (2010) che, per primo, ha raccontato con gli strumenti del cinema documentario la storia di Mark, portandolo nelle sale di tutto il mondo compresa l’Italia, seppur solo per una toccata e fuga al Biografilm 2011. All’epoca Zemeckis si era appena lasciato alle spalle l’ennesimo, riuscito, esperimento in animazione digitale (A Christmas Carol con l’uno e trino Jim Carrey) e si stava preparando ad affrontare un trittico di fiction pura (Flight, The Walk e Allied – Un’ombra nascosta). Benvenuti a Marwen è quindi, prima di tutto, il suo ritorno nella contea digitale, atteso dai cinefili ma quasi inaspettato per tutti gli altri, arrivato nelle sale italiane nel periodo peggiore, incastrato tra film d’autore, biopic miliardari e le prime uscite in odore di Oscar. Eppure di motivi per preferirlo a questa schiera di uscite più o meno acchiappa-ticket ce ne sono fin troppi, primo fra tutti l’estrema dedizione con cui Zemeckis persiste nel preservare la grammatica del cinema, costruendo strutture di genere immediatamente comprensibili e riconoscibili da parte di qualunque spettatore. Al tempo stesso gioca con il meta-cinema, il riferimento intelligente, l’ammicco che alza vertiginosamente i battiti cardiaci, mentre la trama prosegue senza intoppi e il personaggio/eroe affronta il cammino che lo porterà a riappropriarsi della realtà assieme agli spettatori. Perché con questo film Zemeckis torna dalle parti di Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988) per chiudere la catena evolutiva del mezzo, confermando la centralità della componente reale nel cinema di oggi attraverso un dispositivo filmico – ed è questa la più grande trovata del film – che, di contro, dimostra come il digitale abbia raggiunto livelli di perfezione mimetica straordinari. Ed è tutto lì, fin dall’inizio, fin dalla prima sequenza live action con l’atterraggio di emergenza che muta in 3D per poi diventare scatto, istantanea e concludere il suo volo nel giardino di Mark.

Benvenuti a Marwen [Welcome to Marwen, USA 2019] REGIA Robert Zemeckis.
CAST Steve Carell, Leslie Mann, Diane Kruger, Merritt Wever, Janelle Monáe. SCENEGGIATURA Robert Zemeckis, Caroline Thompson. FOTOGRAFIA C. Kim Miles. MUSICHE Alan Silvestri.
Biografico/Drammatico, durata 116 minuti.

Benvenuti a Marwen
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