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Corpo e sessualità nel cinema di Mandico

sabato 23 Febbraio, 2019 | di Eleonora Degrassi
Corpo e sessualità nel cinema di Mandico
Cinema Mandico
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Mandico o il regista dell’“oscuro oggetto del desiderio”
Primitivo, iniziatico e dionisiaco, eccedente, visionario, grumo di eros e tenebre, piacevolmente osceno, addirittura crudele. È questo il cinema di Bertrand Mandico, un magma di tutto e di oltre tutto, tra bordelli e natura incontaminata, tra scatole e corpi mutanti, un immaginifico racconto che turba e conturba, arte che vive di libri letti (William Burroughs, Jules Verne), film visti, citazioni e rinnovamento di esse.

Reinventa Mandico nel verso e nel metro, nel bianco e nero e nei colori più vividi, nella forma e nel sesso. Il regista francese è delirante nei colori e nelle forme, terreno in maniera eccitante, i suoi lavori sono materia e sogno, ma ciò che lo interessa è soprattutto il corpo nell’accezione più materica possibile, è il sesso ma non quello “binario”, non etero – normato, ma vibrante di una clandestinità che fa della ricerca e dell’apertura i suoi pilastri. È un interesse particolare quello nei confronti del corpo e delle sue possibili rappresentazioni. In Souvenirs d’un montreur de seins una donna di spettacolo, interpretata come sempre dalla sua attrice feticcio Elina Löwensohn, androgina, fa una disamina sull’idea e sul percepito che gli altri hanno del corpo femminile. In Prehistoric Cabaret, ambientato in un bordello, una sorta di maîtresse, conduce gli ospiti attraverso una telecamera all’interno del suo corpo, dei suoi organi, in un viaggio al centro “della terra”, all’origine del mondo. Organi, sessualità e estasi si fondono e c’è l’intimità di ciò che c’è dentro, che viene fuori, c’è il confine labile con l’erotismo che si traduce in liquidi corporei, elemento che spesso bagna e umidifica il mondo di Mandico, e in un’estasi orgiastica.
Nelle sue opere infatti tutto è eroticizzato, la sua filmografia sviluppa in ogni senso queste sue ossessioni: corpi desiderati e desideranti, bramosi, violenti e violentati, una natura che prende le forme del corpo umano, seni che invadono lo schermo (Souvenirs d’un montreur de seins, Salammbo), mostri fallici (in Notre-Dame des Hormones un “mostro” provocante e seducente risveglia gli istinti carnali di una coppia di donne che muoiono di gelosia verso questa fonte di energia pura) per cui bisognerebbe provare ribrezzo e che invece smuovono nello spettatore un complesso impulso, irrefrenabile, tra repulsione e attrazione.
La sua arte è come un fiume che esonda per tensioni sessuali di norma sopite e che qui invece fluiscono impetuosamente. Nel suo Les garçons sauvages un gruppo di ragazzi selvaggi stuprano la loro insegnante, un’orgia in cui la violenza di quei giovani è sfrenata, loro sono sfrenati. Quei corpi ancora acerbi sono macchine di incontenibile brutalità, ma è un’eccitazione quasi scritta e prescritta, generata da qualcosa che va al di là di loro stessi, desiderano le donne ma hanno rapporti anche tra di loro. Le frontiere e i limiti vengono da lui superati ed eliminati per entrare in un universo in cui ogni cosa è sfocata e ogni cosa è possibile. La metamorfosi è una delle armi preferite per sedurre e coinvolgere lo spettatore, una forza trainante nella sua arte e nella sua immaginazione.
Quegli stupratori diventano poi davanti alla corte vittime di un’insegnante lasciva e eccitante, seduttiva e seduttrice, violentatrice e non violentata. Sull’isola – in cui vengono condotti dal Capitano per essere rieducati – ricca di una vegetazione dotata di una sessualità non meno erotica di quella del corpo umano, vengono stregati da una natura che ha le forme dei genitali femminili e maschili – uno di loro arriva addirittura ad avere un rapporto sessuale con una distesa di muschi e licheni che replicano la fisionomia femminile, gli alberi hanno protuberanze falliche. Il corpo si fa oggetto e viceversa, e tutto confluisce in un’atmosfera “sensuale” e sessuale tra corpo, vegetazione, ambiente; tutto si compenetra (come accade anche in Depressive Cop). Elementi importanti qui sono la trasformazione e la metamorfosi, sinonimi di vita, progresso, evoluzione; il Capitano vuole femminilizzare quei giovani, vuole ingentilirli, come se bastasse un seno e una vagina per rendere più delicato un gruppo di bestie. Il corpo maschile, in quella terra esotica, gradualmente si affievolisce (cadono i peni e si trovano tra le gambe ciò che hanno desiderato e violentato) e si rafforza il femminino. Loro però continuano a desiderarsi, a toccarsi, a palparsi e ciò che emerge con ancora più forza è che la loro brutalità resta immutata ed è quindi legata all’individuo indipendentemente dalla sua sessualità. Ad essere instabile invece è il corpo che è in continua mutazione, l’individuo infatti è spesso ibrido, transgender, in bilico tra maschile e femminile: il Capitano è dotato di membro ma anche di seno.
Mandico è il padre di un pan-erotismo voluttuoso e disarmante, non è un caso infatti che uno dei suoi lavori, Boro in the Box, racconti un nume tutelare per il regista francese, il cineasta Walerian Borowczyk, chiamato spesso pornografo osceno, che ha declinato il surrealismo nell’erotismo. Boro, nato da uno stupro, è intrappolato in una scatola dotata di un buco, unico orifizio da cui trarre piacere, da cui può guardare il mondo. È chiaro che il corpo qui ha un significato profondamente e prettamente “oggettuale”, Boro non intende la pienezza sessuale: l’erotismo deriva dalla mente e dall’occhio e sembra dunque che il furore “eccedente” del cineasta polacco abbia bisogno del contatto continuo con lo strumento per poter percepire quel furore.
Il cinema di Mandico è un unicum, un’arte che riesce a disorientare e a condurre in un mondo altro, che prende per mano lo spettatore incredulo, spaventato, disturbato per ciò che vede, per le carni mostrate, per il sesso elargito, per ciò a cui spesso non è abituato. Se è vero che il cinema è ciò che costringe il pubblico a guardare in se stesso, in uno spazio senza dimensione, lui fa questo e anche di più. Le sue opere sono caleidoscopi ricchi di colori e bagliori, istantanee in bianco e nero, sono danze vigorose e violente, corpi sensuali ed erotici, opere che aprono a riflessioni interessanti, al superamento dei limiti, alla frantumazione di schemi prestabiliti.

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