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In questo numero

Retrospettiva Henry King

sabato 27 Luglio, 2019 | di Francesco Grieco
Retrospettiva Henry King
Cinema Ritrovato
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Il Cinema Ritrovato – XXXIII edizione, 22 – 30 giugno 2019, Bologna

Henry the King
Le retrospettive dedicate agli indimenticabili registi del cinema americano classico spesso sono tra i piatti forti delle edizioni del Cinema Ritrovato. Esplorano, in maniera parziale, filmografie sterminate di cineasti molto prolifici. Henry King non fa eccezione.

Riflettere su una selezione di film volutamente limitata non può permettere un discorso esauriente sul regista, ma è sufficiente per far emergere alcune delle caratteristiche del suo cinema. A partire dalla fascinazione per le catastrofi, massima espressione della fragilità dell’uomo: nella sua versatilità, King è a suo agio tanto nelle riprese di semplici dialoghi, quanto nella spettacolarità delle calamità. Si può definire King uno degli inventori del film catastrofico. Si pensi a In Old Chicago (1937), il costoso progetto Fox con Tyrone Power a interpretare uno dei personaggi principali. La sequenza che ricostruisce l’incendio di Chicago, avvenuto nel 1871, è tra i momenti più belli del cinema di King, con grandi scene di massa e una maestria registica paragonabile a quella quasi ejzenstejniana già dimostrata nel 1926, nella rappresentazione del nubifragio e dell’inondazione del fiume Colorado, in The Winning of Barbara Worth, uno dei capolavori di tutto il cinema muto.
Nei film di King si assiste con grande frequenza alla costruzione e alla rovina di una città. Si tratta di eventi di forte impatto, che servono al regista per esprimere la propria visione dei rapporti umani e della vita. A partire dalla naturalezza con cui filma i bambini, sempre molto vivaci, sin dallo spassoso e tenerissimo Twin Kiddies del 1916, in cui il filmmaker non ci risparmia il crollo di una miniera, è facile comprendere il valore inestimabile che King dà alla famiglia. Questa istituzione viene descritta nei suoi aspetti più positivi, quelli affettivi, ma anche nelle sue dinamiche più crudeli: lutti, contrasti tra parenti. Ricordiamo il survoltato Over the Hill (1931), fotografia di un legame fortissimo tra una madre e i suoi figli, che in seguito assume toni malinconici tali da anticipare grandi film sulla solitudine nella vecchiaia come Cupo tramonto (1937) di McCarey e Viaggio a Tokyo (1953) di Ozu. Oppure la relazione complicata tra i fratelli O’Leary di In Old Chicago, orfani di padre. Le difficoltà del barbiere e di sua moglie in Wait Till the Sun Shines, Nellie (1952), dove il negozio del protagonista viene distrutto da un incendio, due personaggi sono tra le vittime di un incidente ferroviario e Chicago torna come città dei sogni, in contrasto con la più modesta Sevillinois. Alla dialettica spaziale, territoriale, si aggiunge anche una dicotomia tra l’inquietudine, l’umanissima imperfezione dei suoi antieroi e l’immagine idealizzata di una nazione che non ha ancora rinunciato definitivamente al “sogno americano”, alle parate con la banda. È questa complessità, ben nascosta da uno stile di regia che si fa negli anni sempre più trasparente, che impedisce di etichettare King come un regista banalmente nostalgico, cattolico o conservatore. Infatti, nel genere americano per eccellenza, il western, King s’inserisce in modo del tutto personale. Non ne gira molti, ma per esempio ambienta nel Novecento delle prime automobili The Winning of Barbara Worth – che inizia con una tempesta di sabbia e vede un giovane Gary Cooper soccombere alla friendzone. Gioca con il tempo cinematografico e il mito del pistolero più veloce del West The Gunfighter (1950), film d’attesa, confinato quasi interamente tra le pareti del Palace Bar, con un Gregory Peck taciturno e tormentato. L’anno precedente Peck gira con King Twelve O’Clock High, film di aviatori che è in realtà il misuratissimo ritratto di un ossessivo difensore dell’ordine, con riprese aeree filmate dagli americani e dai tedeschi durante veri combattimenti. Nella Prima Guerra Mondiale di She Goes to War (1929), invece, una ragazza si traveste da uomo per arruolarsi. Del film rimangono solo 50 minuti su 100, tra cui una bella esplosione di barili rotolanti, con il solito fuggi fuggi di massa kinghiano e delle scene ben fotografate all’interno di un carrarmato in fiamme.
«Enjoy yourself! All good things come to an end!», suggerisce Abel al figlio Wayne in State Fair (1933). Eppure, alla percezione della precarietà dell’esistenza King affianca un vitalismo, una fiducia nel genere umano, nelle risorse dell’individuo, della gente comune. Così, malgrado i torti subiti, alla Ma Shelby di Over the Hill basta sapere che tutti i suoi figli si riuniranno l’indomani, al matrimonio di uno di loro, per chiedersi «Isn’t life wonderful?».

Retrospettiva Henry King
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One Comment

  1. Edop says:

    Sono purtroppo riuscito a vedere solamente “Twelve O’Clock high” e l’ho trovato stupendo

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