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Biennale Arte 2019

domenica 8 Settembre, 2019 | di Federica Fontana
Biennale Arte 2019
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58. Esposizione Internazionale d’Arte – Biennale Arte 2019, 11 maggio – 24 novembre 2019, Venezia

Vivere in tempi interessanti
Entrare nel merito dell’ultima edizione della Biennale Arte richiede prima di tutto una precisazione: «May You Live In Interesting Times» (che tu possa vivere in tempi interessanti) non è un augurio ma una maledizione.

Negli ultimi tempi il termine “interessante” ha assunto una nuance sempre più plumbea, arrivando ad assomigliare più ad un sinonimo di “minaccioso” e “pieno di sfide” che a qualcosa di stimolante e desiderabile. La frase, utilizzata con questa accezione fin dagli anni Trenta in diversi contesti politici, riprende un antico anatema cinese che in Cina non è mai stato pronunciato, configurandosi come un esempio perfetto di fake news ante litteram, che ben si adatta alla retorica in clima di crisi.
La 58. Biennale quindi prende il nome da una distorsione. Non solo, si presenta volutamente atematica. Le opere selezionate dal curatore Ralph Rugoff infatti non sono legate dall’aderenza ad una narrazione specifica, ma dalla stessa concezione di fare artistico, inteso come sovvertimento di standard culturali consolidati e dispiegamento di nuovi punti di vista, in un’imperitura sopravvivenza dell’“opera aperta” di Umberto Eco. Fare arte per Rugoff non è né documentare il periodo in cui si vive né dare risposte a delle domande, ma continuare a porne di nuove e spingere il pubblico a fare altrettanto. Ne consegue una concezione di mostra come esperimento, come dispiegarsi di una gamma di possibilità che innescano senso critico. Così l’arte, pur arroccata nella sua complessità e ambivalenza, può comunque riscattarsi come chiave di lettura di alcuni aspetti del periodo in cui viviamo e del modo in cui ci relazioniamo ai cambiamenti in atto.
Quest’anno le opere selezionate per l’esposizione principale sono in tutto 76, distribuite come sempre tra Arsenale e Giardini ma con due novità: gli artisti nelle due sedi sono gli stessi e sono tutti ancora in vita. L’obiettivo, in una Biennale “visitatore-centrica” come questa, è far conoscere più a fondo al pubblico la produzione di ciascuno; mostrare come le pratiche slittino a seconda del contesto architettonico a cui si devono relazionare, e come spazio e tema possano influenzare una poetica. L’attenzione al pubblico e all’accoglienza, soprattutto a quella dell’opera verso l’osservatore, è stato il punto di incontro tra la visione di Baratta e quella di Rugoff, nell’ottica di trasformare la Biennale in una conversazione sui temi cari alla contemporaneità quali cambiamento climatico, migrazioni, rigurgiti nazionalisti, disuguaglianze economiche e impatto dei social media. Al Padiglione Centrale, immerso nelle nebbie sintetiche di Lara Favaretto, non sorprende quindi di trovare molti artisti che lavorano con e sulle nuove tecnologie (è il caso ad esempio di Hito Steyerl, Tomàs Saraceno, Ryoiji Ikeda, Dominique Gonzalez-Foerster, Christian Marclay, Jon Rafman), riproposti poi alle Corderie, che accolgono il visitatore con il relitto di una nave da pesca recuperata nel 2015 lungo la costa libica dopo un naufragio costato la vita a 800 migranti e portato ora in laguna da Christoph Büchel; una sorta di grottesco object trouvé che dopo aver diviso l’opinione pubblica dell’intera Europa, divide ora anche quella dei biennalisti.
Tra gli ormai 90 padiglioni nazionali spiccano invece la sensibilità di approccio al riscaldamento globale di Paesi Nordici e Lituania, l’installazione immersiva e onirica di Laure Prouvost per la Francia, il Mondo Cane del Belgio, l’omaggio austriaco a Renate Bertlemann (questo più per la menzione che per il risultato finale) e quello alla scomparsa Chiara Fumai del Padiglione Italia (anche questo più per la menzione che per il risultato). Interessante – questa volta anche nel senso tradizionale del termine – 3x3x6, evento collaterale taiwanese a cura di Paul B. Preciado e con opere di Shu Lea Cheng che ha trasformato il Palazzo delle Prigioni in una cella di sorveglianza in cui riflettere su quanto le nuove tecnologie possano attentare alla nostra libertà.

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