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Il grande caldo

giovedì 10 Novembre, 2011 | di Valentina Di Giacomo
Il grande caldo
Film History
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Sky Classics, sabato 12 novembre, ore 22.30

Mean streets
Violenza e criminalità contagiano una città americana.
L’inizio è di quelli memorabili. Il suicidio di Tom Duncan, sergente di polizia, getta una luce sinistra sul contesto in cui esso matura.

La moglie di Tom, Bertha Duncan (Jeanette Nolan), dinnanzi al cadavere del marito non mostra alcuna emozione, non si dispera. Apre la lettera lasciata sulla scrivania, la legge, e immediatamente decide di servirsene per i propri interessi, ricattando il gangster Mike Lagana (Alexander Scourby). E’ un mondo di ombre e di notte l’universo che fulmineamente Fritz Lang delinea fin dalle prime sequenze.
Ad indagare sul presunto suicidio, il sergente Dave Bannion (Glenn Ford) il quale, in seguito ad un colloquio con l’amante di Duncan, Lucy Chapman, scopre la connivenza tra l’ex collega ed il boss Lagana, e decide di andare fino in fondo alla questione. Fatalmente però, in un attentato destinato a lui, resta uccisa sua moglie Katie (Jocelyn Brando) e questo cambia tutto. Da poliziotto a vendicatore buono, con le mani che grondano sangue, il passo è brevissimo. Innescata La spirale di odio – assassinio – vendetta, l’azione che muove Bannion traccia un parallelo con Rancho Notorious. Un giustiziere della notte, Dave Bannion, che però si ferma al di qua della vendetta personale, riconsegnando infine  i malavitosi alla giustizia  ed essendo reintegrato in servizio. Novanta intensissimi minuti di azione travolgente, in cui Lang non si concederà una sbavatura, nè un eccesso.

Forte di una sceneggiatura perfetta per la sua incisiva essenzialità, scritta dal giornalista esperto di cronaca nera Sidney Boehm e tratta dal romanzo La città che scotta di McGivern, Il grande caldo (anno 1953) è un noir che ha saputo anticipare i tempi, conquistando lo statuto di vero e proprio archetipo cinematografico. Film di straordinaria forza e modernità, il gioiello langhiano costituisce un modello senza stereotipizzare, intercetta verità universali senza dogmatizzare.

Sebbene indirettamente mostrate -gran parte dei crimini avviene fuori scena e spesso la violenza è evocata più che mostrata- violenza e criminalità incombono e filtrano in maniera inquietante attraverso la macchina da presa, pervadendo gli spazi più intimi, come la casa e la famiglia. Alle consuete -per il genere- strade cittadine infatti, Lang sostituisce gli interni delle abitazioni. Sontuose, cupe e glaciali quelle dei gangster e dei poliziotti corrotti; modesta, luminosa ed accogliente quella della famiglia Bannion. Claustrofobia degli spazi che rivive nelle inquadrature asfissianti e incombenti sui personaggi, nella loro impossibilità di fuga. A divorarne l’anima, ad inghiottirne o esaltarne i lineamenti del volto, un sapiente uso del chiaroscuro che frammenta e deforma, indebolendo i confini tra criminali e resto del corpo sociale; e una maniacale attenzione al design degli interni: mostruosa metafora di un paesaggio d’allucinazione mentale in cui realtà e incubo reciprocamente si imitano, bene e male si compenetrano. Neppure l’asciutta sceneggiatura concede ai personaggi libertà di azione. Le parole, di elevato peso specifico, sono limitate e ben dosate. Veri e propri corpi contundenti che trafiggono le carni e le anime; che ammazzano, a volte, più delle pallottole.

Le scene più intense sono quelle che riguardano gli oltraggiati e i feriti, i personaggi più amati da Lang. Sopra tutte ricordiamo la scena dello sfregio del bellissimo volto di Gloria Grahame, nel ruolo di Debbie Marsh, per mano del suo uomo, Vincent Stone (Lee Marvin, qui ad inizio carriera). Nonostante la mutilazione subita, il suo personaggio, infantile e corrotto insieme, ha una temperatura incandescente e domina indisturbato la scena, svettando su tutti: lucida e onesta, anche con se stessa, ironica e di sottile intelligenza, Debbie disorienta e sconvolge, è la donna che scotta in una città congelata da odio e vendetta. Il suo modello umano è il più complesso e autentico- soprattutto rispetto ai modelli di femminilità rappresentati da Katie, Bertha e Lucy-, il solo attraversato da una vera ambivalenza. La sua parabola resta memorabile.

Con lei il regista tedesco teneramente scava nell’abisso della coscienza umana fino a raggiungere la nuda verità psicologica. A lei e ai dannati va, come ricorda Peter Bogdanovich ne Il cinema secondo Fritz Lang, tutto il suo -e il nostro- cuore.

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