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Divorzio all’italiana

lunedì 2 Gennaio, 2012 | di Barbara Busato
Divorzio all’italiana
Film History
1
Voto autore:

Cronache di un’altra Italia
Vincitore del premio per la migliore commedia al Festival di Cannes del 1962 e di un Oscar per la migliore sceneggiatura originale (curata da Ennio De Concini, Alfredo Giannetti e dallo stesso Pietro Germi), Divorzio all’italiana è, a ragione, uno dei film-simbolo della commedia all’italiana.

Siamo nella cittadina siciliana di Agramonte e il barone Ferdinando “Fefè” Cefalù (Marcello Mastroianni) ha un problema: è innamorato della giovane cugina Angela (Stefania Sandrelli) ma è sposato con Rosalia (Daniela Rocca), donna bruttina e soffocante ma ardente di passione per il marito. Deciso a mettere fine al suo matrimonio (il divorzio ancora non è contemplato dalla legge italiana) sfrutta a suo favore l’articolo 587 del Codice Penale, che prevede il delitto d’onore. Fefè quindi imbastisce un piano per uccidere la moglie; prima deve trovare un amante a Rosalia, coglierli nell’atto del tradimento e infine uccidere la consorte, accecato dalla rabbia per l’onore leso. Qualcosa però va storto, i due amanti fuggono e Fefè deve ripiegare su un piano diverso. Decide allora di fingersi malato, per attirare su di sé il biasimo dei cittadini di Agramonte e giustificare l’omicidio dovuto al disonore piombato su di lui e la sua famiglia che il comportamento della moglie ha provocato. Dopo tre anni passati in carcere finalmente Fefè è libero di sposare la sua amata Angela, ma la beffarda scena finale rimette tutto in discussione.
Uno dei punti cardine della commedia all’italiana è la capacità di inserire nel contesto filmico elementi della quotidianità, facendosi quindi interprete del presente: la cronaca del tempo ha un posto d’onore in commedie come I soliti ignoti, Il sorpasso o lo stesso Divorzio all’italiana (per citare i più famosi), nel quale a essere chiamato in causa è addirittura uno specifico articolo del Codice Penale. Ed è proprio la legislazione italiana che accusa il colpo maggiore in questa brillante commedia. L’anacronismo di un articolo che nel 1961 permette ancora l’uxoricidio beneficiando di pene più lievi viene ben descritto e satireggiato nel film di Germi, che lancia il suo j’accuse non tanto a una mentalità arretrata del Sud, quanto piuttosto a una mentalità italiana sorpassata e bigotta dal momento che, come si legge più volte durante il film nell’aula del tribunale, “la legge è uguale per tutti”; al Nord come al Sud.
A cinquant’anni di distanza dall’uscita del film la cosa che balza subito all’occhio è la profonda differenza che corre tra questo tipo di commedia italiana, e la commedia italiana dei giorni nostri. Si ha come l’impressione che al giorno d’oggi registi e sceneggiatori (con alcune eccezioni ovviamente) cerchino in tutti i modi di decontestualizzare i loro film, o quantomeno di rendere i loro mondi il più generici possibile, lasciando pochi appigli alla quotidianità e fuggendo sempre più dalla cronaca del nostro tempo, fingendo solamente di raccontare l’Italia così com’è, ma che di fatto nella realtà è ben diversa. Godiamoci allora questo film del passato che racconta il passato nella speranza di vedere film del presente che raccontino il presente.

Divorzio all’italiana [Italia 1961] REGIA Pietro Germi.
CAST Marcello Mastroianni, Daniela Rocca, Stefania Sandrelli, Lando Buzzanca, Leopoldo Trieste, Odoardo Spadaro.
SCENEGGIATURA Ennio De Concini, Pietro Germi, Alfredo Giannetti. FOTOGRAFIA Leonida Barboni, Carlo Di Palma. MUSICHE Carlo Rustichelli.
Commedia, durata 105 minuti.

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