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ACAB

lunedì 30 Gennaio, 2012 | di Valentina Di Giacomo
ACAB
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Bastardi per la gloria
C’è una furia che sbatte addosso, nel vento che percuote la visiera del casco di Pierfrancesco Favino. Una forza che penetra sotto lo schermo, che prelude agli scontri nelle strade, alle violenze negli stadi e nelle piazze. Non ci sono buoni e cattivi in ACAB, solo forze contrapposte, desiderio di vendetta e accanimento. Solo bastardi, da entrambi  i lati.

Favino è Cobra, celerino cresciuto nella Roma popolare, senza famiglia, senza amici, senza altra appartenenza se non al gruppo dei “fratelli”, i suoi colleghi. Mazinga (Marco Giallini), Negro (Filippo Nigro), Carletto (Andrea Sartoretti): padri e mariti assenti, uomini frustrati e soli, ridotti ad una psicologia monolitica e autoritaria. Chiusi dentro una divisa, nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche “i fratelli” cercano invano di compensare i disequilibri della sfera privata. Tuttavia, incapaci di controllare i propri istinti, riescono solo ad esprimere tanta rabbia, isolamento e sopraffazione. E quella stessa divisa che li dovrebbe proteggere, scudo elmetto e manganello, al contempo li espone, spersonalizza, stereotipizza, facilitandone l’identificazione come nemico agli occhi di una folla (in)civile altrettanto cieca e allucinata.

A loro si unisce Adriano (Domenico Diele), giovane introverso e arrabbiato, appena entrato in polizia, anch’egli proveniente dalla Roma delle borgate. Inutilmente i veterani tenteranno di intergrarlo nel gruppo, egli non aderirà fino in fondo a quelle logiche: seppure ambiguamente, il suo personaggio porterà alla luce un passaggio fondamentale: non c’è conflitto che non renda uguali al nemico, non c’è abisso in cui si possa precipitare impunemente.
Spaccato – tutto al maschile -, di un’Italia popolare e vera, attraversata da un profondo disagio culturale e sociale, in un clima di forte sfiducia nelle istituzioni – si pensi anche alle condizioni in cui vengono chiamati all’azione gli stessi agenti di polizia – più che le storie, sono i loro corpi ad essere intrecciati, gli uni dipendenti dagli altri. Scudi alzati, manganelli alla mano: se vuoi portare a casa la pelle, lo dice espressamente Cobra, solo sui fratelli puoi contare.
Sulla pelle infatti passa ed è impresso il disprezzo per l’altro (tra croci celtiche e acronimi come il titolo, “All cops are bastards” ) in un dualismo che oppone “noi” e “loro” da ambo le parti: tutori dell’ordine da un lato; ragazzi di borgata, e immigrati clandestini e disperati dall’altra, in una Roma -e un paese- assediata dall’odio, senza via di scampo.

Tratto dal romanzo di Carlo Bonini (Einaudi), l’esordio cinematografico di Stefano Sollima è a pieno titolo espressione narrativa di una realtà che riguarda l’Italia e il suo presente, operazione che non teme di esporsi ad accesi dibattiti e critiche feroci. Scritto con il già collaudato team di autori della serie tv Romanzo criminale -Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti- ACAB esce nelle sale italiane in una giornata simbolicamente molto importante, la giornata della memoria. Sovrapponendo due -sebbene molto diverse quanto alle proporzioni- dolorose rimembranze, la concomitanza chiama in causa la memoria, aspetto non più trascurabile anche per ciò che riguarda i fatti di Genova e del G8 del 2001: anche questi ormai questione di memoria. Perchè il fatto che siano già accaduti non ci immunizza, anzi. Appena citate nel film di Sollima, le violenze avvenute nella scuola Diaz sono la chiave di volta di un arco narrativo che tocca alcuni episodi fondamentali della recente cronaca italiana: le uccisioni dell’ispettore Filippo Raciti, di Gabriele Sandri, e Giovanna Reggiani, e dietro essi, sempre, l’ombra di Carlo Giuliani. Tensioni sociali con le quali bisogna cominciare a misurarsi, anche cinematograficamente, a meno che non si voglia, come “i fratelli” del film, pagare un unico pesante conto, tutto alla fine. Aspettando Diaz di Daniele Vicari, quello di Sollima ci sembra davvero un buon inizio.

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