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Marigold Hotel

lunedì 2 Aprile, 2012 | di Carmen Spanò
Marigold Hotel
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Delocalizzazione mancata
Stretta nella morsa di una sempre più incontrollabile crisi economica, la società occidentale ha trovato nel processo della delocalizzazione industriale una comoda via di fuga al fallimento segnato di un intero sistema produttivo. Osservatori esterni del fenomeno devono aver pensato che se quel sistema, nonostante le cadute e gli scivolamenti, in piedi ancora ci sta, qualcosa di buono nella delocalizzazione deve pur esserci.

Perché limitarsi, quindi? – devono aver detto a Hollywood. Delocalizziamo anche i sentimenti. Giusto il tempo di passare dal “precariato delle emozioni” alla loro curativa riscoperta in chiave esotica-(finto)speculativa. Di seguito, gli ingredienti necessari all’operazione: una cornice di ambientazione intrisa di fascino e misticismo ma dalle rassicuranti proprietà “trasformative” (cosa c’è di meglio dell’India?), un gruppo eterogeneo di personaggi a metà tra saggezza e incoscienza (ricordate Mangia Prega Ama?) e un messaggio new age di fondo a far da collante tra i due. Per amalgamare il tutto, ecco il viaggio come metafora dell’esigenza di scrostarsi di dosso un deprimente atteggiamento di abitudine alla vita e il soggiorno al Marigold Hotel è pronto. Poco importa se l’albergo di extra lusso dell’afosa città di Jaipur esiste solo nei pixel rimaneggiati di una brochure photoshoppata: l’imprevisto diventa il miglior amico di sette tra uomini e donne che, giovinezza ormai alle spalle e rughe e bagagli al seguito, di ammuffire tra gli agi asettici di una casa di riposo simil-chic, in fondo, non ne hanno proprio voglia. Ben venga l’albergo diroccato da riparare e ricostruire: tra un telefono rotto e un rubinetto che perde, si troverà anche il tempo per “aggiustare” le rispettive vite… John Madden, già abile sostenitore delle passioni amorose che tormentavano il giovane poeta Will in Shakespeare in love, chiama a raccolta i migliori professionisti dall’arena interpretativa britannica e a loro si affida per “svecchiare” i luoghi comuni su terza età & dintorni. Ma se il cast di Marigold Hotel si autogestisce intessendo le emozioni in una composizione di dialoghi e battute folgoranti e ottimamente calibrati (su tutti, spiccano le interpretazioni di Tom Wilkinson, Judi Dench e Maggie Smith), la regia si annulla dietro immagini e situazioni che sfociano inevitabilmente nello stereotipo, aiutata in questo da una sceneggiatura intrisa di fatali “già-visto-e-sentito”. Non bastano un rito indù e l’ammasso di colori sgargianti per farci sentire in India, e i pensierini da blog della vedova (alla fine) allegra Evelyn/Dench mancano di colpire il bersaglio perché sviliti nella gabbia autoreferenziale di una confezione enunciativa da bigliettini dei Baci Perugina. Immancabile e scontatissimo l’arrivo di una nuova primavera senile (con tanto di camicie colorate ma il nobile discendente di Clooney preferiva un tessuto ben diverso…), che accontenta tutti nell’insegna di un futuro ritrovato. Tutti, tranne gli spettatori.

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