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7 Days in Havana

lunedì 11 Giugno, 2012 | di Carmen Spanò
7 Days in Havana
Speciale
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Caleidoscopio di suoni e cromie
La rivelazione di sé nello sguardo dell’altro, per ripulire il mito dal grigiore fuorviante dello stereotipo: è l’operazione 7 Days in Havana, film collettivo sulle molteplici identità di un luogo sospeso tra oscurantismo del pensiero e desiderio di libertà.

Chiamati a raccolta dal giornalista e scrittore Leonardo Padura Fuentes, sette big del cinema internazionale ricercano, nel cuore ardente di Cuba, l’Havana, prospettive diverse, punti di vista inesplorati dai quali scandagliare il segreto di un fascino atavico, intriso di provocante bellezza e sensuale malinconia. Lunedì, principio di un inconsueto viaggio esplorativo che si diluisce nel tempo delle attese (frustrate) e di un imprevedibile imbarazzo finale: ironia “educativa” a firma Benicio Del Toro che dall’impasse interpretativa dello sguardo fa emergere il carattere irriverente di una città tutt’altro che tradizionale. Martedì, giornata di festa dal “mood” autocelebrativo, con il cineasta autorevole che non ci sta e finisce a guardare l’alba con l’amico suonatore di tromba: Pablo Trapero dirige uno sfrontato (e divertito) Emir Kusturica in una Havana dall’atmosfera consolatoria e riconciliante. Mercoledì è il turno dell’amore tra culture diverse, con lei cantante cubana in cerca di riscatto e lui impresario spagnolo disposto al cambiamento: Julio Medem intinge la realtà nel sogno ma i colori del cambiamento sbiadiscono nella fragilità delle intenzioni, e la musica della vita – struggente, frammentata – rimane quella di sempre. Giovedì le parole non servono, si procede per perlustrazioni mute, spazialmente compresse in una messa in scena dalla geometria esibita, metafora “vivente” di una staticità difficile da comprendere e scalfire: Elia Suleiman si autodirige in uno degli episodi più significativi, la cui forza simbolica deriva dalla perpendicolarità contrastiva di parole e sguardi, in uno sfasamento di corrispondenze che aliena fino all’incapacità di trovare un’esatta collocazione o via d’uscita. Venerdì è una discesa nel buio di un’anima nera, che inghiotte la vitalità del libero desiderio sessuale in un rituale di annientamento dell’identità: illuminante, pur nell’oscurità pulsante della rappresentazione, e totalmente fuori dagli schemi il contributo proposto da Gaspar Noé, di una potenza visiva che sfiora il magnetismo. Sabato ci si muove tra i numerosi intoppi di una sfiancante routine quotidiana, fatta di famiglia allargata e doppio lavoro: Juan Carlos Tabío omaggia la sua Cuba esaltandone la solidarietà tra vicini quale ingrediente speciale di gustose torte fatte in casa, ma a tanto zucchero e cordialità segue – inevitabile – il dolore aspro della perdita. Domenica è tempo di preghiera, tra sogni rivelatori e “doveri” morali: al rituale selvaggio di Noè, Laurent Cantet sostituisce il rito celebrativo del mistero, in un processo di germinazione spontanea dell’esperienza di fratellanza da quella totalizzante della fede religiosa. E alla fine di una settimana particolare, tra canti saturi di una dolce mestizia e balli percorsi da un’irrefrenabile energia vitale, l’Havana rifulge di sfumature nuove, colori e suoni di un’anima persa nel fascino delle sue ammalianti contraddizioni.

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