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William Friedkin

sabato 24 Agosto, 2013 | di Lisa Cecconi
William Friedkin
Festival
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SPECIALE AUTORI VENEZIA 70
Politique de l’auteur
“Signor Friedkin, di solito i nostri registi indossano la cravatta”. La metterà, forse, a Venezia, in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera e, a quel punto, Alfred Hitchcock avrà tardiva soddisfazione. Quando lo apostrofò così, William Friedkin non era che un principiante, un regista in erba alle prese con un episodio della serie The Alfred Hitchcock Hour.

Adesso, quel regista della New Hollywood si dice sorpreso del premio veneziano. Credergli non è difficile. Non perché non lo meriti, naturalmente, ma Friedkin non è mai stato un autore accomodante. Fin dagli esordi nel documentario e poi nel cinema che porta il suo nome, Wiliam Friedkin si è dimostrato atipico, spiazzante e sfuggente a qualsiasi etichetta. Artefice di un Genio che deriva dal mestiere, ha sempre preferito punti di vista anomali, l’analisi scomoda e l’adesione interna, mediacritica_friedkin1alontano da catartiche conciliazioni, alieno al compromesso “politically correct”. Anche per questo la sua consacrazione giunge a fronte di una sofferta carriera. Non sempre brillante, per carità. Eppure capace, negli stati di grazia, di lasciare un segno indelebile, reinterpretare i canoni e fondarne di nuovi, attraversando generi e situazioni con l’apparente naturalezza che nasce invece dalla preparazione. Come il realismo adrenalinico de Il braccio violento della legge, o le inquietanti soluzioni che hanno fatto la storia de L’esorcista. Un preciso lavoro di documentazione che si traduce, nei suoi migliori film, nella resa accurata di atmosfere controverse e in un’articolazione di ritmo e di linguaggio innovativa quanto personale. Il lato oscuro della psiche umana, la faccia negletta dell’America, sono i meandri che il cinema di Friedkin esplora da anni con insistenza. Non nell’intento di addomesticarli, ma per indagarne la quotidianità, la natura endemica e tutt’altro che banale. Immersi e sommersi in città tentacolari, teatro di violenza e impressionanti inseguimenti, i personaggi di Friedkin non sono certo dei paladini. Piuttosto eroi costretti dagli eventi, fautori di imprese che vanno compiute perché dettate dalle circostanze. Un coraggio nato dalla necessità e dalla stessa altrettanto minato. Il male efferato che si insinua ovunque li contamina e li consuma, oppure si limita a risvegliare i demoni che già li abitano fino a corroderli. In ogni caso non c’è giudizio né sottotesto moralizzante. “Come il regista il mio lavoro è creare un’atmosfera”. Friedkin sa farlo con estremo realismo persino quando, come in Killer Joe, sceglie la strada della stilizzazione. A volte lo spazio ruba la scena ai personaggi: significa più e indipendentemente da loro. Come la stanza del serial killer di Cruising, o la scena del crimine di Jade: esplorata da un Horatio Caine ante litteram e – prima ancora – dalla macchina da presa, diventa il fulcro di ogni attenzione, mentre l’omicidio è relegato al fuori campo. Altre volte, è solo la tomba claustrofobica di ossessioni incontenibili o l’ambiente fatalmente ostile che detta le regole della sfida. È il caso de Il salario della paura, cui il restauro di Warner Bros. si appresta a dare nuovo splendore. Giusto tributo per un regista che, con il suo cinema irriducibile, si è guadagnato a pieno diritto un conclamato status di autore. Non per smania o per intenzione. Ma per forza di cose, come i suoi eroi.

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