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Da Griffith a Tarantino: evoluzione dello schiavismo

sabato 22 Febbraio, 2014 | di Alex Tribelli
Da Griffith a Tarantino: evoluzione dello schiavismo
Film History
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SPECIALE CINEMA DELLA SCHIAVITÙ
L’uscita di 12 anni schiavo di Steve McQueen è l’occasione per tirare le somme, attraverso un breve excursus cinematografico, di una delle tematiche più delicate di sempre: lo schiavismo afroamericano che soltanto in anni recenti ha trovato una degna rappresentazione.

Com’è noto, l’abolizione della schiavitù risale al 1865 grazie al XIII Emendamento il quale, tuttavia, ha dato origine ad un inasprimento dei sentimenti di odio e razzismo verso gli afroamericani ormai liberi, soprattutto negli ex Stati Confederati. E per oltre la metà del mediacritica_cinema_della_schiavitu_1aNovecento anche il cinema americano è stato apertamente razzista impiegando solo di rado attori di colore nei propri film. Lo stesso Nascita di una nazione (1915) di David Wark Griffith scatenò accese polemiche per le tesi giustificatorie nei confronti del Ku Klux Klan, accettate pure dalla storiografia americana dell’epoca. Riferimenti razziali sono presenti addirittura nell’horror e più precisamente nei primi film di zombi, ancora legati al folklore haitiano, in cui lo schiavo, trasformato in zombi, diventa completamente manovrabile a proprio piacimento. Tutto il razzismo dei bianchi può essere riassunto nell’esilarante arrivo dello sceriffo di colore, “salutato” da indignazioni e insulti, nel brillante Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) di Mel Brooks. Soltanto in seguito alle lotte per i diritti civili degli afroamericani negli anni Sessanta e il rinnovarsi del cinema hollywoodiano, lo schiavismo viene finalmente denunciato superando così anche il razzismo al cinema con l’imposizione dell’attore di colore (Sidney Poitier su tutti) nei ruoli da protagonista. Gli ultimi decenni del secolo scorso vedono numerosi film-denuncia in una sorta di espiazione dei peccati commessi. Mandingo (1975) di Richard Fleischer e la miniserie tv Radici (1977) sono tra i primi esempi di opere che rappresentano la brutalità della schiavitù dal punto di vista degli afroamericani. Ed oltre a film quali Mississippi Burning – Le radici dell’odio (1988) di Alan Parker e Beloved (1998) di Jonathan Demme che strizzano l’occhio all’ipocrisia contemporanea nel credere superato il razzismo, è Steven Spielberg ad offrirci tre splendidi esempi sullo schiavismo limitandosi ad una mera rappresentazione dei fatti. Partendo dal piccolo nucleo familiare in cui il “rapporto” schiavo-padrone è (paradossalmente) all’interno degli stessi afroamericani in Il colore viola (1985), giunge fino all’accuratissima messa in scena degli eventi storici che decretarono la fine del vergognoso trattamento riservato ai neri d’America nel recente Lincoln (2012), passando per l’episodio del 1839 che segnò una prima inversione di rotta verso il processo abolizionista in Amistad (1997). Dunque, il cinema americano si fa carico di “riabilitare” quel popolo barbaramente strappato alla propria terra e impiegato come bestiame nelle piantagioni americane, indignandosi per quanto accaduto. Ed ancora Iqbal (1998) di Cinzia TH Torrini, Blood Diamond – Diamanti di sangue (2006) di Edward Zwick e Il colore della libertà – Goodbye Bafana (2007) di Bille August spostano l’attenzione verso forme di schiavitù extra-americane nel tentativo di sensibilizzare una società che (solo in apparenza) non si considera più razzista. Ma c’è un ultimo tassello da aggiungere: ormai consapevoli della gravità di quanto commesso in passato, c’è spazio pure per l’inserimento di una tematica delicata come la schiavitù in un’opera post-moderna trattandola con “leggerezza”. È quanto accade nel recente Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino, storia di un sodalizio fra bianco e nero nell’annientamento di proprietari terrieri per liberare una schiava di colore, con tanto di Samuel L. Jackson nei panni di uno schiavista più crudele dei bianchi. In fin dei conti, nel bene o nel male la Storia è andata in questo modo e, dato che non può essere cambiata, non ci resta che rassegnarci ad accettarla così com’è.

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