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La nouvelle vague polacca

sabato 5 Luglio, 2014 | di Francesco Grieco
La nouvelle vague polacca
Festival
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SPECIALE CINEMA RITROVATO 2014
Le onde della Vistola
Dopo la rassegna dell’anno scorso dedicata alla Nova Vlna, l’edizione 2014 del Cinema ritrovato continua ad esplorare il cinema dell’Est europeo, con la nouvelle vague polacca. Otto lungometraggi girati tra il 1961 e il 1968, eterogenei per stile e tono, ma tutti degni di qualche interesse, per vari motivi.

A testimonianza di una cinematografia davvero sorprendente per creatività e cura formale, sia che si tratti di registi di grande risalto internazionale come l’ancora attivissimo Andrzej Wajda, sia di cineasti poco conosciuti in Italia.mediacritica_la_nouvelle_vague_polacca_1 Dei due film di Wajda presentati, Samson, del 1961, è incentrato sulla storia di un uomo in continua fuga, un giovane ebreo (interpretato dall’intenso Serge Merlin) scappato prima dal carcere e poi dal ghetto di Varsavia. Samson ha tra i suoi meriti la naturalezza dei comportamenti dei personaggi, ed è, quindi, più vicino al Wajda realistico e “vague” del periodo. Anche nel bellissimo Popioly i due amici protagonisti sono costretti a ripetuti spostamenti, ma il film è un vero e proprio kolossal d’autore, ricco di sequenze memorabili, pieno di balli e musiche, e di carrellate orizzontali, crudo e violento nelle grandi scene di battaglia, con una splendida fotografia dal bianco accecante negli esterni innevati. La vicenda si svolge nell’epoca napoleonica ed è narrata con una cura maniacale dei dettagli tale da sconfinare quasi in un iperrealismo fuori dal tempo, non nel senso di uno sguardo troppo ravvicinato della mdp, in verità spesso distaccata e glaciale, ma in quello dei vecchi film hollywoodiani in costume o d’avventura, che non si limitano a una banale e accademica ricostruzione storica e sembrano costruire da zero un mondo immaginario, nuovo in cui trasportare lo spettatore.
L’altro kolossal della rassegna è l’ambizioso Faraon, diretto senza molta leggerezza da J. Kawalerowicz e appesantito da dialoghi interminabili, che lo rendono verboso e statico. Anche qui, come peraltro nel celebre e incompiuto Pasezerka di Andrzej Munk, viene messa in risalto la persecuzione contro gli ebrei, attraverso la schiava Sarah e il suo triste destino, al fianco del futuro faraone egiziano Ramses. Un’altra riflessione sulla leadership è Lenin w Polsce (1965) di S. Jutkevich, ben più introspettivo e anticonformista, ma eccessivo nell’utilizzare la voce fuori campo per tutto il film e nel ricorrere troppo sovente a citazioni filosofiche (Feuerbach, Eraclito) per esprimere le riflessioni di Lenin nei giorni trascorsi a Cracovia, con moglie e suocera, prima dello scoppio del conflitto mondiale.
Un conflitto rappresentato in tutta la sua violenza, stupri compresi, nel riuscito Pierwszy dzien wolnosci (1964) di A. Ford: un po’ didascalico nei dialoghi, che gli fanno perdere ritmo, ma apprezzabile per la fluidità dei movimenti di macchina e per lo sconvolgente finale che porta alle estreme, tragiche conseguenze il rapporto tra la tedesca Inge e il polacco Jan. Si torna indietro nel tempo con il surreale, ingarbugliatissimo Rekopis znaleziony w Saragossie (1964): un rompicapo molto cerebrale, forse troppo, un meccanismo a scatole cinesi di storie intrecciate di vario genere, a partire da una miriade di narratori intradiegetici, in relazione tra loro. Infine, lo sconcertante e colorato musicarello con animazioni Przygoda z piosenka (1969), cinema popolare e di regime, che ha la seguente morale: grazie ai sussidi pubblici, la Polonia del 1968 è proprio il posto ideale dove vivere…

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