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Moloch (1999)

sabato 9 Maggio, 2015 | di Gabriele Baldaccini
Moloch (1999)
Film History
2
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SPECIALE DALLA RUSSIA CON AMORE
Il corpo del potere
Moloch – primo capitolo della personale tetralogia del potere di Sokurov, seguito da Taurus (2001), Il sole (2005) e Faust (2011) – è un’opera che cerca di mettere a nudo un personaggio controverso quale Hitler, mostrandolo attraverso l’accumulazione di vezzi e difetti particolarmente simbolici.

Qui il dittatore è la figura centrale, ma non è tanto la sua personalità a essere presa in considerazione o il suo modo di pensare a configurarsi come fulcro del racconto, quanto il suo essere un corpo; il corpo del potere. Messo in scena da Sokurov come un personaggio goffo, infantile, stralunato e in parte ingenuo,mediacritica_moloch_290 sembra infatti esercitare la sua funzione di Führer proprio perché tutti quelli che lo circondano lo riconoscono solo e unicamente come un corpo che incarna quello specifico incarico. Ecco allora che nella tetra e brumosa ambientazione del castello di Berghof in Baviera, questo corpo viene fatto percepire come un corpo in trappola, osservato da strani servitori e gendarmi e, in maniera soffusamente subdola, quasi manipolato – come se fosse una sorta di marionetta – da un potere addirittura superiore a quello che personifica. Si configura quindi un rapporto tra ciò che è vivo e ciò che è morto: Hitler esercita il potere in quanto vivo, presenza osservabile e composta di materia, corpo che si può toccare e vedere, che sta in piedi perché vivente. In una delle scene in questo senso più emblematiche, il Führer riceve la visita di un prete, venuto a chiedere di risparmiare il prigioniero di un lager. Rifiutata la grazia, il sacerdote si pente di averlo pregato come se avesse davanti a sé Gesù Cristo. Pronta è la risposta di Hitler: “A quello lì non si dovrebbe mai chiedere nulla, lui è morto; da quello non riuscirete ad ottenere un bel niente”. Il messaggio è chiaro: il potere si esercita sempre tramite un corpo vivo e mai attraverso un corpo morto. Ed è per questo che ridicolizzando un corpo di dittatore si riesce a far comprendere come il potere sia assurdo e incontrollabile in ogni sua manifestazione; deve avere bisogno di un corpo che lo rappresenti, ma non sarà mai possibile contenerlo in quell’unico corpo. La figura di Hitler diventa così strumento per permettere al potere di entrare legittimamente in una società e allo stesso tempo di illuderla che sia una sola entità a rappresentarlo. Prima di partire e lasciare il castello, il Führer ha un ultimo scambio di battute con Eva Braun: “Sconfiggeremo la morte”, le dice. “Come puoi dire una cosa simile?” – gli risponde lei – “La morte è la morte. Non la si può dominare”. Quel corpo prima o poi perirà, eppure il Moloch continuerà a esigere sacrifici e distruzione. Perché come sosteneva Elias Canetti, “il potere nella sua intima essenza e al suo culmine sdegna le trasformazioni, basta a se stesso, vuole soltanto se stesso”.

Moloch [Molokh, Russia/Germania 1999] REGIA Aleksandr Sokurov.
CAST Elena Rufanova, Leonid Mosgovoi, Leonid Sokol, Elena Spiridonova, Vladimir Bogdanov.
SCENEGGIATURA Yuri Aranov, Marina Koreneva. FOTOGRAFIA Aleksei Fyodorov, Anatoli Rodionov.

Storico/Drammatico, durata 108 minuti.

2 Comments

  1. Vins says:

    Storia (tragicamente ordinaria) di un corpo…

  2. Erasmo says:

    Buona lettura in termini vivo/morto e appropriatissimo Canetti.

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