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Fiori d’equinozio (1958)

sabato 4 Luglio, 2015 | di Michele Galardini
Fiori d’equinozio (1958)
Film History
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SPECIALE YASUJIRŌ OZU
Fiori colorati nel Giappone post-bellico
Per l’imprenditore giapponese Hirayama i matrimoni non combinati sono una benedizione soprattutto per chi, come lui, ha vissuto un’epoca in cui erano i genitori a decidere il destino dei figli. Peccato che questo valga solo per i matrimoni degli altri: quando sua figlia Setsuko deciderà di passare il resto della sua vita con un ragazzo dolce ma di umili origini, Hirayama si opporrà fermamente. Per contrastare il potere patriarcale le donne metteranno in piedi un piccolo tranello, necessario al fine di svelare le contraddizioni ideologiche di Hirayama.

Primo film a colori per Yasujirō Ozu che, nel 1958, al netto di capolavori indiscussi come Viaggio a Tokyo e Tarda primavera non ha ancora esaurito il suo viaggio dentro le intime stanze del Giappone a lui contemporaneo. Questa volta è un uomo, ma sarebbe meglio dire un padre, il centro indiscusso della storia tratta dal romanzo omonimo di Satomi Ton:mediacritica_fiori_d_equinozio_290 presenza talmente imponente nella sua ostinazione da garantirsi spazio anche fuori dagli spazi delle inquadrature, invisibile ma mai assente. Seguire Hirayama nel suo svincolarsi dalle trappole delle giovani, che fingono di chiedergli un parere sul matrimonio di una sconosciuta quando, in realtà, si tratta della figlia Setsuko, vuol dire assistere all’indomita riproposizione di un passato quasi eroico, di samurai suicidi e giovani costretti ad abdicare ai propri sentimenti a favore della convenienza economica e sociale. Un passato evocato in forma cantata dal poema dell’addio di Kusunoki Masashighe, storia di un guerriero devoto che, non potendo più difendere l’imperatore al quale aveva giurato eterna fedeltà, decide di togliersi la vita, arrivando così al termine di una “via” (il bushido) in cui la volontà del guerriero viene completamente annullata per servire un potere più grande. Chi ha parlato negli anni di Fiori d’equinozio (virato misteriosamente al singolare nella versione italiana: Fiore d’equinozio) ha sempre messo fra le priorità di analisi il contrasto fra presente e passato del Giappone anche se con Ozu è pericoloso fermarsi sulla superficie, a maggior ragione quando lo stesso regista fa di tutto per evidenziarla. I dolori di un padre messo a nudo, fregato da due ragazze, il potere che si sgretola davanti alla voglia di amare, l’incomunicabilità generazionale, l’innocenza di giovani nati dalla guerra ma cresciuti in un tempo in cui è possibile ritornare sui luoghi del conflitto per immaginare un nuovo futuro (il futuro marito di Setsuko viene trasferito a Hiroshima e lo stesso padre, nel finale, raggiunge i neo-sposini in una sorta di catarsi storica). E poi il colore (di cui sarebbe bene parlare in un articolo a parte), sottolineando, per il momento, solo l’epifania nel vedere le geometrie di Ozu diventare ancora più dinamiche e gli spazi animarsi di una vita che solo la grande arte sa conferire.

Fiori d’equinozio [Higanbana, Giappone 1958] REGIA Yasujirō Ozu.
CAST Shin Saburi, Kinuyo Tanaka, Ineko Arima, Yoshiko Kuga, Keiji Sada.
SCENEGGIATURA Yasujirō Ozu. FOTOGRAFIA Yuuharu Atsuda. MUSICHE Kojun Saitô.
Commedia, durata 115 minuti.

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