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Scala al paradiso (1946)

sabato 12 Settembre, 2015 | di Erasmo De Meo
Scala al paradiso (1946)
Festival
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Voto autore:

72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, 2-12 settembre 2015, Lido di Venezia

VENEZIA CLASSICI
Tecnica come pittura
Scala al paradiso è un film di propaganda, girato su commissione. Chi l’ha visto potrebbe crederla un’ironia: se solo non fosse la verità. Non fu una commissione diretta: il governo britannico, volendo rasserenare i rapporti tra gli americani residenti nel Regno Unito e la popolazione locale, suggerì l’esigenza di un film riappacificante, ma senza imporre script né fornire budget.

Furono incaricati “gli arcieri” del cinema britannico, Powell e Pressburger, così soprannominati per la loro casa di produzione The Archers, che nei dieci anni tra il 1941 e il 1951 realizzarono una serie di film che ancora oggi brillano per creatività e visionarietà. mediacritica_Scala-al-paradiso_290Tra questi Duello a Berlino (1943), Un racconto di Canterbury (1944), Narciso nero (1947) e Scarpette rosse (1948), tutti contraddistinti da una rara attenzione formale, che per controllo, precisione e pregnanza può essere accostata al nostro Visconti più teatrale. Ma se ci sono due segni che identificano lo stile di questi autori tanto da renderli subito riconoscibili sono l’uso del colore e l’uso dei piani. Narciso nero e Scarpette rosse porteranno il technicolor ai suoi limiti espressivi e alla sua perfezione formale come strumento cinematografico cosciente, ma già in Scala al paradiso ogni singola inquadratura ha una forte concezione coloristica, ora con un equilibrio da pittura rinascimentale italiana e ora con le saturazioni di un Gauguin o di un Munch. Il colore significa: i rossi sullo sfondo dei due protagonisti nella sequenza iniziale, prima della caduta dell’aereo su cui si trova Peter, che allarmano e danno intensità emotiva; i giallo-verdi della casa dove Peter riposa in attesa di guarigione che donano calma e placidità; il bianco e nero del processo tutto svolto (forse) nella mente di Peter, durante le sue visioni-allucinazioni, che crea fazioni apparentemente inconciliabili; il blu del primo incontro in riva al mare tra Peter e June che sembra un sogno. Una tavolozza piena, variabile, vibrante, che forse la pellicola restituiva in maniera ancora più viva di quanto lo possa fare la “perfetta” staticità del digitale. Una tavolozza distesa su uno spazio mai scontato, tutte le focali sono utilizzate, tutte le angolazioni, non per virtuosismo ma per volontà di tirar fuori da ogni movimento la massima intensità possibile. Dal dettaglio alle inquadrature della galassia, come a dimostrare l’onnipotenza del cinema, che può ritrarre tutto, nel modo che preferisce. La trama, libera da briglie realistiche, può immaginare senza risolvere, può stupire senza che si comprenda. Infine il nodo sarà sciolto e Peter sarà guarito, ma resta il dubbio di cos’è stato, di dove noi spettatori siamo stati, su quale scalino di quella infinita scala tra realismo e fantasia?

Scala al paradiso [A Matter of Life and Death, Gran Bretagna 1946] REGIA Michael Powell, Emeric Pressburger.
CAST David Niven, Kim Hunter, Roger Livesey, Abraham Sofaer.
SCENEGGIATURA Michael Powell, Emeric Pressburger. FOTOGRAFIA Jack Cardiff. MUSICHE Allan Grey.
Fantastico, durata 104 minuti.

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