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The Other Side of the Door

sabato 23 Aprile, 2016 | di Stefano Lalla
The Other Side of the Door
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Fantasmi adirati e maledizioni secolari
Bisogna ammetterlo: i film horror non brillano per l’originalità e va bene così. Non per nulla, le favole dell’orrore hanno strutture che si ripetono e, se escludiamo il cinema sperimentale, c’è solamente un numero finito di cose che ci fanno paura quando compaiono su uno schermo cinematografico.

Neanche The Other Side of the Door fa eccezione, visto che racconta la storia di una madre che perde il figlio in un tragico incidente e, su suggerimento della sua inquietante serva indiana, compie un rituale per evocarne il fantasma e dirgli addio come si deve. Possiamo dire, senza timore di spoilerare niente a nessuno, che il rituale andrà storto, il fantasma del piccolo Oliver la prenderà male e costringerà la nostra eroina ad affrontare il trauma con le cattive mediacritica_the_other_side_of_the_door_290maniere. Ciò che è morto deve rimanere tale perché, come ci ha insegnato Stephen King, tornare dall’aldilà rende i nostri cari brutti e malvagi. È una storia che abbiamo già sentito, ma stavolta ce la raccontano in salsa indiana (siamo in una Mumbai irreale, da romanzo di Kipling). Questa mancanza di originalità nell’intreccio non costituisce un problema altrimenti dovremmo bocciare anche tutti gli slasher movie, i monster movie e, appunto, le storie di fantasmi inquieti. Il problema è che The Other Side of the Door non gioca col già visto né tenta di comprenderlo meglio. Al contrario, ripercorre una serie di clichés senza aggiungere guizzi d’ingegno e, peggio ancora, lo fa prendendosi dannatamente sul serio. Questo è il primo problema di un film timoroso che sembra fatto unicamente per essere visto da qualche coppietta distratta, sugli schermi più piccoli dei multisala. Il secondo è la quasi totale assenza di psicologia in un prodotto che adotta una trama da horror psicologico. Il tema del dolore materno è rapidamente dimenticato e diventa un semplice pretesto per mettere in moto la macchina dell’orrore, creare un po’ di tensione e poi condurci ai soliti jump scare improvvisi (alcuni, bisogna ammetterlo, sono molto efficaci). Insomma, The Other Side of the Door è un film stanco anche dal punto di vista stilistico e non riesce a parlare a una parte non trascurabile di pubblico, quella più esigente e smaliziata nei confronti del genere horror.

The Other Side of the Door [id., India/Gran Bretagna 2016] REGIA Johannes Roberts.
CAST Sarah Wayne Callies, Jeremy Sisto, Sofia Rosinsky, Logan Creran, Suchitra Pillai.
SCENEGGIATURA Johannes Roberts, Ernest Riera. FOTOGRAFIA Maxime Alexandre. MUSICHE Joseph Bishara.
Horror, durata 96 minuti.

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