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Gli episodi senza dialogo

sabato 27 Ottobre, 2018 | di Chiara Checcaglini
Gli episodi senza dialogo
Sounds good
2

SOUNDS GOOD
Paura e pesci fuor d’acqua
Negli universi estesi nel tempo delle serie TV, è piuttosto frequente che si sfrutti la struttura della concatenazione in episodi per cimentarsi in divagazioni. In alcuni casi si tratta di espedienti tipicamente televisivi, come il bottle episode, tipo di episodio nato per risparmiare su set (l’azione ha luogo in unico ambiente) e cast (solitamente ridotto), che a volte ha dato luogo a celeberrimi pezzi di bravura (uno su tutti “Fly” di Breaking Bad). In altri casi si tratta di incursioni in generi specifici, di deviazioni tematiche oppure stilistiche: le intenzioni sottese possono essere le più diverse, dalla variazione sul tema all’esibizione del virtuosismo della crew.

Un caso interessante, e più frequente di quanto si immagini, è la scelta di ridurre al minimo o eliminare completamente la colonna sonora, in particolare il dialogo, il mezzo per eccellenza attraverso cui caratterizzare personaggi e sviluppare personalità nelle narrazioni seriali. Il muto e la serialità non sono certo un binomio inedito, se si ricorda che i primi serial datano all’inizio della storia del cinema, quando avventurose eroine lasciavano gli spettatori col fiato sospeso tra un cliffhanger e l’altro. Ma è la parola, dalla narrazione in voice over alle battute one-liner delle sit-com, a diventare il segno distintivo delle serie, e per questo motivo la sua volontaria eliminazione risalta particolarmente.
In televisione, già nel 1960 la serie detection della Warner Bros. 77 Sunset Strip (Indirizzo permanente) usa questo espediente con un episodio completamente muto, “The Silent Caper”, commentato da un tappeto sonoro che ammicca al noir cinematografico. Non c’è un reale motivo per l’assenza di dialogo, se non l’intenzione di sorprendere lo spettatore, e dunque, probabilmente, evitare che si annoi e cambi canale.
Altre volte invece la mancanza di parola ha un’origine diegetica: non a caso ci troviamo spesso davanti a episodi di fantascienza, orrore o surrealtà. È il caso di un episodio di The Twilight Zone (Ai confini della realtà), mitica serie antologica precorritrice di svariate declinazioni fanta-horror: “The Invaders”, scritto da Richard Matheson e andato in onda nel 1961, vede la quasi totale assenza di parole – tranne per l’abituale cornice recitata da Rod Serling – per raccontare un inquietante assedio ai danni di una donna di mezza età che vive sola nella sua casa in mezzo al nulla. mediacritica_serie_tv_290Unici suoni i respiri mozzati e le grida di spavento e sofferenza della donna, interpretata da Agnes Moorehead, mentre due bizzarri omini di latta usciti da un’astronave invadono lo spazio domestico, si fanno aggressivi, la attaccano… fino al ribaltamento finale, dispositivo che la serie di Serling utilizzava e maneggiava magistralmente. La scelta no-dialogue è eloquente soprattutto nell’alimentare la tensione e la paura crescenti, ed evidenziare la prova di bravura di Moorehead, unica presenza “umana” della puntata.
Horror e fantasy fanno da contorno all’assenza di parola anche nell’episodio di Buffy the Vampire Slayer (Buffy l’Ammazzavampiri) “Hush”, 4×10, classe 1999. “Hush” inizia come una puntata normale, ma precipita nel silenzio quando alcune creature mostruose, i Gentlemen, prendono il sopravvento a Sunnydale, rubando la voce dei suoi abitanti in modo che non possano gridare quando verrà loro rubato il cuore. Attraverso l’invenzione di questi esseri fluttuanti dal ghigno di metallo, di ispirazione metà espressionista, metà fiaba nera, Joss Whedon dimostra di essere perfettamente in grado di esaltare lo spirito della serie facendo a meno dei dialoghi rapidi e pungenti che hanno reso famoso lui e la sua creatura più celebre. I protagonisti, così caratterizzati dalla loro parlantina, rimangono comunque fedeli alla loro personalità, ai loro ruoli e alle loro dinamiche interpersonali, dal momento-spiegone di Giles arrangiato con disegni e lucidi, all’incapacità di comunicare di Buffy e del suo love interest Riley. “Hush” infatti inizia con una lezione universitaria sulla comunicazione, e tematizza la difficoltà di Buffy e Riley a esprimere reciprocamente i propri sentimenti, tanto che nel loro caso proprio l’improvvisa incapacità di proferire parola si rivela provvidenziale – ma quando, nel finale, potrebbero parlare di nuovo, tra loro cade un significativo silenzio.
Anche la serialità contemporanea ha sperimentato le possibilità del silenzio: il tema dell’incapacità di relazionarsi è reso in modo particolarmente poetico e struggente in “Fish Out of Water”, episodio 3×04 della serie animata Netflix BoJack Horseman. Il cavallo-attore è nel mezzo della promozione del suo film e deve presenziare a una manifestazione cinematografica subacquea, evenienza del tutto ordinaria nel mondo ibrido animale/umano che fa da sfondo alla serie. Solo che, a differenza che sulla terraferma, dove si parlano lingue umane, in questa specifica parte di mondo il linguaggio è fatto di bolle e gorgheggi: di conseguenza anche BoJack dovrà trovare altri modi di comunicare, dall’interno del suo casco-respiratore, proprio quando il suo obiettivo primario è riallacciare i rapporti con una persona che era sua amica e che è stata allontanata. Per tutto l’episodio BoJack, che nel resto della serie è costantemente ostaggio della sua oscurità interiore, di tendenze autodistruttive e di un egocentrismo patologico, cerca di trovare mezzi funzionali alternativi alla parola, che falliscono continuamente: la frustrazione che ne deriva diventa occasione per un viaggio contemporaneamente effettivo e introspettivo, che a un certo punto prende una piega surreale e porta il protagonista in contesti fisici e interiori non abituali.
Molti altri esempi potrebbero essere citati, ma oltre all’essere no-dialogue ciò che accomuna questi episodi è l’aver assunto quasi istantaneamente lo status di cult, proprio grazie a una singolarità che li fa spiccare con forza sugli altri, e riporta in primo piano gli aspetti visivi e tecnici in una forma narrativa che più del cinema è assolutamente “sonora”, facendo abitualmente affidamento sulla parola e sul dialogo.

Ai confini della realtà [The Twilight Zone, USA 1956-1964] IDEATORE Rod Serling.
Episodio 2×15, Gli invasori [The Invaders, 1961] REGIA Douglas Heyes.
CAST Agnes Moorehead.
SCENEGGIATURA Richard Matheson.
Fantascienza, durata 30 minuti.

Buffy l’Ammazzavampiri [Buffy the Vampire Slayer, USA 1997-2003] IDEATORE Joss Whedon.
Episodio 4×10, L’urlo che uccide [Hush, 1999] REGIA Joss Whedon.
CAST Sarah Michelle Gellar, Alyson Hannigan, Nicholas Brendon, Anthony Stewart Head, James Marsters, Emma Caulfield, Marc Blucas, Amber Benson.
SCENEGGIATURA Joss Whedon.
Fanta-horror, durata 45 minuti.

BoJack Horseman [id., USA 2014-in corso] IDEATORE Raphael Bob-Waksberg.
Episodio 3×04, Un pesce fuor d’acqua [Fish Out of Water, 2016] REGIA Mike Hollingsworth.
CAST Will Arnett, Angela Bassett.
SCENEGGIATURA Elijah Aron, Jordan Young.
Animazione, durata 25 minuti.

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