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Hayoun Kwon

venerdì 31 Luglio, 2020 | di Redazione Mediacritica
Hayoun Kwon
Corea: media
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Il sottile confine tra reale e virtuale. Nuove contaminazioni nell’arte di Hayoun Kwon

DMZ è una sigla che sta per Korean Demilitarized Zone: indica una striscia di terra e sterpaglie, lunga 248 chilometri e larga quattro, che dagli anni ’50 separa le due Coree; un limite che è impossibile da oltrepassare, a meno che tu non sia uno dei soldati che lo presidiano. Il terreno è imbottito con circa un milione di mine antiuomo, rendendo quest’area uno degli ossimori più aberranti del XX secolo; tutto ciò che si può fare è osservarla da lontano, per non dimenticare mai il fatto che esiste. Dalla Corea del Sud, tutto quello che si può vedere è il profilo di Kijong-dong, meglio conosciuto come Propaganda Village, un villaggio disabitato, costruito ai margini dell’area dal governo nordcoreano, con il solo obiettivo di ostentare ai vicini un benessere inesistente.

Questo è quello che ha sempre visto anche Hayoun Kwon (Seul, classe 1981), che ha scelto il confine come luogo prediletto di residenza della sua opera e come punto fermo della riflessione che percorre, tenendoli insieme, tutti i suoi lavori. C’è il confine di filo spinato, che divide in due la penisola coreana; quello tra la realtà, il racconto e la finzione; tra i fatti e la propaganda, e, infine, quello delle tecniche espressive dell’arte e della rappresentazione audiovisiva. L’artista, infatti, ha usato e mescolato con disinvoltura l’installazione artistica, la realtà virtuale e il video. In quest’ultimo, troviamo sequenze animate in computer grafica e filmati tradizionali, che sono accostati con libertà e col deliberato intento di farci meditare sul potere della narrazione. Il confine è continuamente superato, ma mai ignorato; esso resta sempre al centro, è l’oggetto invisibile che l’artista tenta di descrivere. Oggi, Hayoun Kwon produce esperienze di realtà virtuale di largo consumo, per lo studio francese Innerspace Vr. Tra le altre cose, ha collaborato alla creazione di A Fisherman’s Tale, un videogioco rompicapo, fantasioso e surreale, e della serie Firebird, che immerge il giocatore in uno spettacolo di danza e musica classica. Kwon ha già all’attivo sette mostre personali e i suoi cortometraggi sono stati presentati nei più importanti festival d’Europa; tra quelli che hanno avuto più successo, tre sono dedicati proprio alla DMZ. 489 Years (2016) prende il titolo dal tempo stimato per bonificare la DMZ da tutte le mine inesplose. Un’indagine visiva che tenta di ricostruire quel non luogo, per minare nell’intimo l’immagine anallergica che il governo ha tentato di dargli. Mescolando animazioni 2D e 3D con materiali documentaristici, in una simulazione al computer a 360°, 489 Years permette al corpo di arrivare in spazi che gli sono preclusi, al di là della cortina ipocrita della distorsione politica. L’esperienza è filtrata dal racconto di un testimone, un soldato sudcoreano che racconta la storia di una ricognizione, alternando descrizioni ambientali a quelle delle paure e sensazioni che lo accompagnavano all’ingresso nella DMZ. Tenendosi ben lontana dal genere didattico e della visita guidata, la realtà virtuale di 489 Years interpreta il testo di partenza in modo lirico e creativo, lasciandosi influenzare dai suoi aspetti più evocativi. Qui, come in molte altre opere di Kwon, l’inserimento di una voce narrante contribuisce alla perfetta identificazione tra il pubblico e chi ha vissuto quella storia sulla sua pelle, in una condivisione di memoria senza scarti. Di più, la voce narrante è proprio ciò che ha permesso all’artista di abitare un ambiente che non potrà mai vedere. Nell’arte di Hayoun Kwon, la realtà virtuale non è usata per creare mondi fantastici o immaginari, ma per ricostruire una realtà distrutta e altrimenti inconoscibile.

Il virtuale è un metodo di indagine, un percorso di ricostruzione, di spazio e di memoria, l’unico ponte che possiamo gettare tra noi e una storia rimaneggiata con violenza. Così, improvvisamente, ciò che chiamiamo reale inizia a smettere di sembrarci tale, capace com’è di essere manipolato, tanto quanto il suo doppio digitale. Anzi peggio, perché se lo spazio digitale denuncia da subito il suo stato, quello fisico inganna, proponendosi come irrecusabilmente vero, forte di un primato ontologico attribuitogli d’ufficio. Il confine che si mina, quindi, non è soltanto quello geopolitico, ma anche quello tra realtà e finzione, mostrandoci che la prima può essere ingannevole non meno della seconda. Complice la fruizione con visore integrale, questa esperienza è, però, sempre individuale, una tu per tu” del singolo con la Storia, che sia quella personale o di un Paese intero. The Village (2014) è un progetto con video e installazione, che riproduce in scala proprio il lussuoso villaggio disabitato nordcoreano. Nel suo modello, in materiale bianco con le case di plastica trasparente, nelle fotografie macro e, soprattutto, nel video, l’artista sviscera l’oggetto mostrandone l’essenza di scenografia, utile solo a proiettare un’ombra oltre il confine. Il racconto narrato in prima persona, qui assente, è sostituito da quello collettivo della propaganda; lo sguardo partecipe della realtà virtuale diventa quello verticale che, dall’alto, disseziona il non luogo, fino quasi a renderlo astratto. Il tema del confine tra le due Coree emerge ancora in Panmunjom (2013) – dove la visione termica rende indistinguibili i militari delle due fazioni -, mentre quelli della memoria e del racconto appaiono molto forti nel più recente The Bird Lady (2017), dove la realtà virtuale ci consente di vivere in prima persona il ricordo di un anziano insegnante di pittura. Egli, invitato a disegnare il progetto di rivalutazione di un antico edificio parigino, entra nell’appartamento di una collezionista di uccelli, per trovarsi nel suo mondo favoloso e pieno di svolazzanti animali esotici. In Lack of Evidence (2011), invece, il concetto di confine si intreccia, inevitabilmente, con quello di identità. Il cortometraggio racconta la storia di Oscar, un immigrato nigeriano che, fuggito dal proprio paese quando il padre tenta di sacrificarlo in un omicidio rituale, e avendo assistito alla morte del fratello gemello, vede rifiutata la propria richiesta di asilo in Francia, per mancanza di prove che confermino ciò che gli è accaduto. Pur raccontando una storia tragica, Hayoun Kwon sceglie l’assenza, delle prove e della possibilità di uno sguardo oggettivo, come oggetto di studio. L’assenza del documento filmato, che sarebbe probante e quindi risolutivo per Oscar, è gestita prima con l’utilizzo della computer grafica, poi di un disegno della casa da cui fuggirono i due gemelli, disegno posto, significativamente, su un finto tavolo, realizzato con un trucco prospettico. Infine, ci viene mostrato Oscar, ma solo in un’inquadratura di spalle, sfocata; come a schermare ulteriormente la nostra visione, il racconto non è narrato dal sopravvissuto, ma da un’attrice. Nel complesso, l’opera ci porta dritto ad una precisa domanda: se non possiamo fornire prove materiali, può una testimonianza orale, un racconto, avere la stessa validità? Chi decide il valore probatorio di una prova? Cosa rende una prova tale? E, se non c’è niente a documentare un fatto, significa necessariamente che questo non è accaduto? Un percorso che va in direzione contraria a quello di opere come 489 Years o The Village: da un luogo che esiste solo perché millantato dalla narrazione del potere a una realtà che scompare in assenza di narrazione. 

(Articolo a cura di Federica Fontana e Stefano Lalla)

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