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Totò e l’Italia

sabato 27 Marzo, 2021 | di Andrea Moschioni Fioretti
Totò e l’Italia
Speciale Comicità
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Il “primo” italiano
Quando si pensa alla figura cinematografica di Totò – altro è il suo apporto al teatro che lo vide alternare ruoli su parte a spettacoli di avanspettacolo – non possono che venire in mente la sua mimica e l’utilizzo particolare della lingua. Funambolo della parola, con la quale giocò per tutta la sua carriera, doppi sensi mai maliziosi e neologismi compresi, agile nelle movenze e nelle espressioni facciali, Totò ha cavalcato la Storia del cinema rimanendo ancora oggi un esempio inimitabile.

Se sullo studio della tradizione napoletana si è basato tutto il suo percorso artistico, non si può pensare alla sua cinematografia senza accostarla alle vicende del Paese. L’Italia mutava nei suoi usi e costumi e nella sua quotidianità e il “principe della risata” ne accompagnava il percorso. Come spesso accade, anche la sua maschera è frutto di un’attenta assimilazione dell’animo umano e soprattutto della tragicità che caratterizza la nostra società. Dalle macerie della guerra fino ai fatti di cronaca, l’italiano sa sempre rialzarsi e scherzandoci sopra esorcizza con il riso. Totò era consapevole di tutto ciò e, in anticipo sui tempi, cercò di analizzare la situazione per poi farne un pensiero personale e unico. Ai tempi, è risaputo, non ebbe il credito che gli si riservò alla morte e che ancora oggi gli tributano i tanti spettatori, quando i suoi film impazzano nei palinsesti delle reti televisive, ma fin da subito la critica si accostò al suo estro con una cognizione che nel tempo si è ingrandita. 

Dopo di lui il nostro cinema si abituerà alla trasfigurazione dell’italiano medio, vedi i colonnelli Sordi, Tognazzi, Gassman e Manfredi e poi successivamente Carlo Verdone: tutti attori malinconici, diretti nelle loro caratterizzazioni e di derivazione teatrale. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare in quanto, facendosi le ossa nell’avanspettacolo e nei teatrini prima di arrivare al successo a Roma al Teatro Ambra Jovinelli, Totò costruì un personaggio che con i suoi tic e i suoi vezzi sapeva dialogare con un pubblico di riferimento. E così, se si scorre la filmografia del nostro si (ri)scopre che le tematiche formative della nuova società che voleva dimenticare il passato sono alla base dei suoi successi. 

Sono tanti i titoli da portare ad esempio, ma alcuni sono sicuramente più rilevanti di altri. Totò al Giro d’Italia (1948) in cui, partendo da un’altra kermesse fondante per l’identità del Paese al pari di Miss Italia, la gara è un pretesto per dimostrare l’attaccamento allo sport del popolo, con i suoi novelli eroi Bartali e Coppi: l’uomo comune che con lo sforzo arriverà a vincere inseguendo un obiettivo, in questo caso l’amore di Doriana. Totò cerca casa (1949) prende in esame, con la commedia e l’equivoco funesto, la seria problematica degli sfollati della seconda guerra mondiale, quando molti italiani si ritrovarono senza più una casa, distrutta, nella maggior parte dei casi, dai bombardamenti. 

L’uomo, la bestia e la virtù (1953) nasce dalle relazioni clandestine e dalle maternità “accidentali”, dove spesso la figura della donna è una vittima prefigurata governata dal pregiudizio maschile, come Totò e Carolina (1955) che ha lo stesso tema e aggiunge la figura di una prostituta, a simboleggiare il riscatto di una parte della società, quegli emarginati che non riuscirono a rifarsi una vita e invece dovettero abbandonarsi alla vita di strada. Quest’ultimo lavoro meriterebbe un articolo a parte, perché vide l’attore scontrarsi con la censura: accusato di vilipendio all’arma della polizia in quanto fu ritenuto sconveniente che un agente si interessasse alle sorti di una prostituta e che, per giunta, se la prendesse in casa, colto da compassione. 

L’arte di arrangiarsi, anche attraverso piccoli crimini, è alla base di La banda degli onesti (1956), dove la stampa di denaro contraffatto, furbesca macchinazione di un gruppo di squattrinati, è il pretesto per creare scene memorabili. Se il cinema alla fine degli anni ’50 non era più l’unico passatempo per le famiglie, sorpassato dalla televisione, come non pensare di far partecipare il principe ad uno dei maggiori programmi televisivi dell’epoca? Totò lascia o raddoppia? (1956) lo vede negli studi televisivi, non per sbeffeggiarli o denigrarli, ma per far comprendere che cosa comporta a livello di costume nazionale l’avvento della tv e dei suoi nuovi protagonisti e desideri. La macchina cinema era l’angolo in cui rifugiarsi per sognare, la televisione l’occasione per diventare qualcuno e per avere fama in tempi più brevi. 

Totò, Peppino e la…malafemmina (1956) riflette sulla provincia e sull’eterno conflitto tra Nord e Sud che ancora oggi è soggetto di molte commedie italiane; Risate di gioia (1960) invece ricalca in qualche modo le origini di Totò, con la difficoltà dell’artista che non riesce ancora ad affermarsi e, vivendo di espedienti, si ritrova a vendersi per quello che non è, incassando la triste e dura realtà della vita: non resta che essere meschini e falsi, per poi pagare le conseguenze delle proprie azioni. La politica e lo sberleffo nei confronti del recente passato sono presenti in I due colonnelli (1962) e Gli onorevoli (1963). Nel primo si trova la famosa battuta nei confronti del gerarca nazista come rigurgito e sfogo di un popolo contro la dittatura, nel secondo si dimostra come l’uomo in cerca di voti sia frutto di una maschera che, indossata tutti i giorni, è la base della vita politica che non può che fare i conti con la disonestà. 

Poi arrivò Pasolini con la sua lucida e sprezzante analisi della società e l’attore si mise a disposizione della poesia e dell’arte di un cineasta che, riconoscendone le qualità, lo plasmò. Una marionetta (Che cosa sono le nuvole?, 1968), uno stralunato personaggio in cerca di moglie (La terra vista dalla Luna, 1967), un uomo stanco del chiacchiericcio culturale che si vendica non con l’arma della parola ma con la violenza (Uccellacci e uccellini, 1966). Quest’ultimo personaggio è forse il perfetto emblema dell’uomo Totò che si confronta con l’opinione pubblica: ho ascoltato, ho cercato di controbattere, ho analizzato il tuo pensiero, non potendo rimbeccare se non con le mie idee e la mia azione quotidiana devo dimostrare di essere più forte con l’azione. È l’Italia: Paese di approfittatori, fannulloni, truffaldini, ma che sa agire quando si deve dimostrare di essere un popolo. Totò uscì di scena con questi pensieri, disilluso dal suo Paese, malato e stanco, chissà che cosa penserebbe oggi della nostra assurda quotidianità.

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