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Mubi nel mondo della distribuzione in sala

sabato 7 Agosto, 2021 | di Emanuele Rauco
Mubi nel mondo della distribuzione in sala
Streaming
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Mubi goes to the movies
Non sarebbe il primo e non sarà l’ultimo, ma potrebbe cambiare le regole del gioco. Mubi infatti ha deciso di cominciare a distribuire film al cinema, oltre che sulla propria piattaforma. Lo fanno Netflix, Amazon, Disney, dunque sembrerebbe solo un’altra società di streaming che amplia il proprio orizzonte d’affari, ma c’è qualcosa di diverso in gioco, forse.

Mubi infatti è una piattaforma che si occupa dal 2007 di portare su internet in modo legale i film indipendenti, gli autori più raffinati e radicali, che normalmente non hanno contratti distributivi online, affiancando loro anche un pacchetto di classici, scoperte e riscoperte storiche. Dal 2016, la società ha cominciato anche la distribuzione sulla piattaforma di una serie di film inediti, tanto recenti quanto del passato, ma negli ultimi tempi ha cominciato anche a distribuire in sala, partendo dal Regno Unito e dagli USA e arrivando ad allargarsi poco a poco al resto del mondo: il primo è stato lo scorso maggio State Funeral, il documentario di Sergei Loznitsa sui funerali di Stalin.

Dopo questo test, Mubi – aiutato dalle società di distribuzione locali, in Italia per esempio Teodora – ha deciso di agire con un vero e proprio listino di uscite in sala, lavorando possibilmente su piccoli territori, su porzioni di mercato che non siano un rischio troppo eccessivo dal punto di vista economico e su film che abbiano il traino di un grande festival. Per esempio, First Cow di Kelly Reichardt, che in Italia è al Beltrade di Milano e in giro per festival e rassegne estive. I nomi su cui la società punta sono alti, sono i film più attesi in arrivo da Cannes o dintorni: nei paesi anglofoni distribuirà Annette di Leos Carax in collaborazione con Prime Video e a fine anno, anche in Italia, porterà nelle sale Petite maman di Céline Sciamma. Per il 2022 ha opzionato la distribuzione theatrical di molti film di Cannes e persino la co-produzione di One Fine Morning, il prossimo film di Mia Hansen-Løve.

Cosa ci sarebbe di particolare in questo nuovo corso, in questa nuova missione della società? La natura dei film che tratta, il modo in cui li tratta. Abbiamo sempre pensato, o almeno lo hanno fatto alcuni analisti con cui ci sentivamo concordi, che il futuro del cinema dopo la pandemia e gli uragani in streaming sarebbe stato più sereno e favorevole per il cinema d’arte, formalmente ricercato e impegnato sul fronte sociopolitico, quello più radicale e inventivo, lasciando le corazzate blockbuster libere di scorrazzare sui piccoli schermi di tutto il mondo, ed eravamo convinti che il Cinema (la maiuscola è un po’ ironica) non avesse bisogno delle piattaforme.

Agli albori di questa industria e di questa realtà post-Covid (se e quando arriverà) invece ci siamo accorti che anche il cinema duro e puro, quello che può contare su schiere di cinefili militanti che, magari non nutritissime, sono comunque in grado di sostenere una filiera a misura d’uomo, ha bisogno dei capitali e della forza comunicativa di un (mini)colosso dello streaming per poter vedere la luce. Capitalismo illuminato? Speriamo, di sicuro la storia di Mubi e le intenzioni parlano da sole, la voglia di far vedere i film e di far scoprire mondi artistici ha fatto nascere la piattaforma (cercate in rete la storia del suo fondatore e CEO, Efe Çakarel) e supera per ora i dubbi al riguardo dell’efficacia delle sue strategie. La paura è quella che il mercato sia pronto a inghiottirli o a cancellarli, e che le sale cinematografiche siano ancora in fase di grave convalescenza. Aspettiamo i responsi, ma il cambiamento delle regole del gioco, un cambiamento che dia fiato e aria ai film meno commerciali, è più auspicabile oggi di ieri.

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