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A fine turno. Lavoro, macchine e vita nel cinema degli anni Sessanta in Italia

sabato 18 Settembre, 2021 | di Edoardo Peretti
A fine turno. Lavoro, macchine e vita nel cinema degli anni Sessanta in Italia
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Questo matrimonio...
Renzo e Luciana è l’episodio di Boccaccio ‘70  (1962) diretto da Mario Monicelli. Famoso soprattutto per la querelle legata alla sua assenza nella versione del film presentata al festival di Cannes – una sforbiciata voluta dal produttore Carlo Ponti -, il mediometraggio racconta, in estrema sintesi, un matrimonio reso estremamente difficoltoso dalle allora nuove realtà lavorative, urbane, esistenziali e sociali. Non è forse tra i lavori più eccellenti del regista toscano, ma il tipico acume dell’autore lo rende un ottimo e sfaccettato documento dei tempi.

Karen Pinkus in A fine turno. Lavoro, macchine e vita nel cinema degli anni Sessanta in Italia, tradotto nella nostra lingua da Gianluca Pulsoni, coglie questa caratteristica del breve film di Monicelli, la contestualizza nella cornice del cinema italiano del boom economico che direttamente o meno affronta i mondi del lavoro, in particolare per quanto riguarda la cosiddetta “commedia all’italiana”, e soprattutto osserva i sommovimenti e i mutamenti sociali, quelli coevi e, aspetto ancor più interessante, quelli futuri, realizzati o rimasti nel campo delle possibilità. 


Pinkus organizza la sua riflessione attraverso, per così dire, movimenti centripeti e centrifughi. Entra fin nei dettagli più significativi di Renzo e Luciana, con uno stile di scrittura denso e accattivante che, più che raccontarcelo, ce lo fa “vivere”, e allo stesso tempo continuamente sfugge dall’opera in questione, accantonandola e allargando lo sguardo, aprendo parentesi e suggestioni. Ci racconta, per esempio, dell’alternativa proposta da Adriano Olivetti e della sua (semplificando) idea umanista del lavoro in fabbrica; delinea il rapporto tra uomo e macchina che in quegli anni stava diventando sempre più forte e decisivo per colletti bianchi e blu; riflette sulle concezioni possibili della conflittualità tra lavoro e tempo libero e sulle possibilità, quelle colte e quelle sfuggite, della lotta e della contestazione. 

C’è in questa, come viene definita dalla stessa autrice, “nevrotica” trattazione la precisione della filmologa che s’immerge nei dettagli dell’inquadratura e della storica che affronta archivi e testimonianze, tanto quanto la densità di riflessione di chi attualizza e riesce a collegare le sfaccettature del passato in evoluzione con i risultati e le conseguenze nel presente, comprese le strade non battute ma ancora praticabili. 
Renzo e Luciana, Omicron di Ugo Gregoretti (1962), Il posto di Ermanno Olmi (1961), La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1973) e gli altri film citati diventano in A fine turno, quindi, documenti che possono porci delle domande. I sommovimenti, le sfaccettature e i cambiamenti di quel periodo decisivo della nostra storia che più o meno direttamente, con più o meno consapevolezza, emergono in quelle opere possono interrogarci sull’oggi. Su come abbiamo concepito il lavoro e su come potremmo concepirlo, sulle strade che abbiamo scelto di percorrere e su quelle con cui potremmo cambiare rotta.  

A fine turno. Lavoro, macchine e vita nel cinema degli anni Sessanta in Italia.
AUTRICE: Karen Pinkus.
EDITORE: Ombre Corte. ANNO: 2021.
150 pagine.

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