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La classe operaia va in paradiso

lunedì 31 ottobre, 2011 | di Lisa Cecconi
La classe operaia va in paradiso
Film History
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Iris, lunedì 31 ottobre 2011, ore 23.00

Lontani dal Paradiso
Massa Ludovico, detto Lulù. Lombardia, quasi Svizzera. Il “quasi Svizzera” è importante: permette a Lulù di fregare sul ritmo i pendolari che arrivano già stanchi. E il ritmo è tutto se si lavora a cottimo. Se si parla, si perde ritmo. Se si spegne la macchina, si perde ritmo. “Tra una balla e l’altra, son trenta lire meno”.

Dopo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), Elio Petri sviscera le nevrosi che attanagliano le fabbriche, per (di)mostrare che il potere logora anche chi non ce l’ha. L’operaio Lulù, crumiro e stacanovista, è il disgraziato prodotto di questa nevrosi, lacerato nel fisico e nella mentemediacritica_la_classe_operaia_va_in_paradiso_290, tormentato dall’ulcera come dai compagni che scontano il prezzo del suo servilismo. L’iper-produttività ossessiva ne fa delizia dei superiori  e croce impotente della compagna (una straordinaria Mariangela Melato), parrucchiera insoddisfatta incantata dai ninnoli del capitale. Perché è a questo che punta Lulù: agli status symbol della classe borghese, alimentato dagli stessi sogni di quel sistema che lo corrode. Fino a qui tutto bene. Il film avrebbe riscosso, almeno a sinistra, un sicuro successo. Se l’accoglienza fu tutt’altro che affettuosa è perché, in effetti, Lulù si ribella. Solo che a quel punto nessuno lo segue. Né i sindacati, pavidi e moderati, né gli studenti che assediano le fabbriche, incitando gli operai alla rivolta. Il loro slogan “Tutto e subito” è tanto astratto quanto generico e il caso di Lulù non fa testo perché “non è di classe”. L’eroe di Petri, allora, non piace, perché è gretto e puerile, meschino e individualista e, se si ribella ai soprusi, non è per coscienza politica o sociale ma per l’impellente necessità di non impazzire. La classe operaia va in paradiso non difende e non consola, anzi mette a nudo le verità più scomode e inquietanti, affrontando i temi caldi delle lotte studentesche e sindacali, della realtà dei manicomi e persino del divorzio, introdotto dalla legge Fortuna-Baslini (1970).  Petri si avvale di già riuscite collaborazioni, a partire dal cast eccellente e dal fido Ugo Pirro per la sceneggiatura. Fedele a un’estetica antinaturalistica, Petri sprofonda Lulù in innevati campi lunghi durante le ore del suo licenziamento, per poi opprimerlo nell’appartamento claustrofobico quando i compagni gli annunciano la riassunzione, con un grottesco senso di vittoria. Così la fabbrica torna ad essere tanto il fuori quanto il dentro, non più luogo ma sistema, che ingloba e fagocita ogni sua percezione, che gli mostra i bambini come “operai piccoli” e che separa, inesorabilmente, la classe operaia dal paradiso. Pioggia di premi per il secondo capitolo della Trilogia della nevrosi, che appare oggi più che mai attuale. Oggi che nuove forme di lavoro – dal precario malpagato allo stage non retribuito – si sommano al cottimo e ai licenziamenti, mentre le lotte, anche quelle “di classe”, a malapena raggiungono i giornali.

La classe operaia va in paradiso [Italia 1971] REGIA Elio Petri.
CAST Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Salvo Randone, Gino Pernice.
SCENEGGIATURA Elio Petri, Ugo Pirro. FOTOGRAFIA Luigi Kuveiller. MUSICHE Ennio Morricone.
Drammatico, durata 112 minuti.

La classe operaia va in paradiso
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  1. Pingback: Elio Petri e la trilogia della nevrosi - Enrico Giammarco

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