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Shame

lunedì 16 Gennaio, 2012 | di Lisa Cecconi
Shame
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New York, New York
“I wanna be a part of it, New York, New York”. Non c’è niente di più doloroso dei sogni infranti. Tranne il disincanto attonito per quelli realizzati. Quando Sissy (Carey Mulligan) canta di voler essere parte di New York, non sappiamo chi realmente sia o quale passato le immalinconisce gli occhi, ma sappiamo che è ferita e che vorrebbe guarire.

Sissy canta il diritto ad un sogno che annaspa nel vuoto di cose perdute, per Brandon (Michael Fassbender) quel sogno è già realtà: è approdato a New York  molto prima della sorella, è parte integrante della città, “king of the hill, top of the heap”. Dunque il suo è un ben più triste annaspare.
Steve McQueen torna alla regia con  un film per molti versi speculare al primo. Se lo sciopero della fame di Hunger era espressione di un ideale, gli appetiti sessuali di Shame manifestano un’aridità interna. Il carcere, stavolta, è tutta New York, impassibile città-acquario – e come questo prigione e vetrina – in cui il tempo è un inutile iterativo che intrappola slanci privi di scopo. Le esistenze si trascinano stanche, sui binari morti di convenzioni forzate – la vita d’ufficio, la cena al ristorante – lontane dall’essenza, inibite in ogni tentativo di umano e autentico confronto. La verità la si può ammettere soltanto su un divano, a malapena udibile e voltati di spalle, e non è che un far fronte alla propria miseria accolta e riflessa negli occhi dell’altro. Per Sissy e Brandon, amore e sesso cessano ogni residuo di naturalezza innescando il baratro di dipendenze complementari. Non è tanto il problema di ciò che è socialmente accettato: la città offre e tutela, gravida di alcove e ricca di occasioni. Per ogni tappa bruciata spalanca nuovi anfratti, per ogni proibita fermata della metro, ce n’è una un po’ più addentro alla galleria. Il problema è, anzi l’opposto: la ricerca spasmodica di ciò che la trascende, della verità dell’essere, dei bisogni reali. Di ciò che ne è escluso da tanto tempo che se ne possiede la nostalgia senza averne il ricordo. (These vagabond shoes are longing to stray/ and step around the heart of it, New York, New York) In questo senso la discesa ineluttabile di Brandon è la brama inconsapevole di una meta non predisposta, di un frammento di verità per restare a galla anche dentro l’acquario (if I can make it there, I’d make it anywhere).

McQueen tratteggia abilmente la simbiosi tra la città e i personaggi, sciolti nell’ombra, liquefatti nelle strade, sbiaditi nell’ordinarietà delle sequenze di vita pubblica. A queste oppone la presenza ispessita delle percezioni interiori, amplificate senza rumore, dilatate nel semplice rispetto di una durata in tempo reale. I rumori della città immergono le prime con crudo realismo mentre i rari momenti di espressione individuale godono di più lirici accenti musicali. New York fagocita e riflette, occhieggia dalle finestre insonni e mostra squarci di intimità ostentata. I vetri, soprattutto, affollano e filtrano le inquadrature, soffocando il giro di vite con l’indifferenza dei muri invisibili. La vergogna del titolo non è soltanto quella di Brandon, nervi e muscoli contratti in un’onanistica ribellione, bensì la rassegnazione di un’umanità falsata e schizofrenica, ormai incapace di individuare i limiti di una ristretta libertà. Nell’ultima corsa in metropolitana la discesa sembra interrotta, difficile dire se per risalire o per l’ennesimo giro d’acquario.

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