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62° Festival della Canzone di Sanremo

giovedì 16 Febbraio, 2012 | di Eleonora Degrassi
62° Festival della Canzone di Sanremo
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La noia si è fermata a Sanremo
Il ragazzo con le mani più grandi della canzone italiana che si faceva “mandare dalla mamma a prendere il latte”, torna di nuovo sulla scena del delitto e promette di “andare a 100 all’ora per veder la bimba” sua.

Questo eterno ragazzo è Morandi, lo spettacolo è il 62° Festival di Sanremo, la sua bimba è la musica. Ma qualcosa in questo ingranaggio, che forse già alla base scricchiola, non funziona. Il punto nevralgico è che Morandi non è un presentatore – nonostante vari siano i programmi da lui presentati -, l’uomo del giorno infatti entra direttamente dalla platea, come a dire “sono uno di voi, sono al servizio del programma”, ma, il cantante, sul palco sanremese sembra comunque sballottato da tutto ciò che gli sta intorno ed è come se dicesse a gran voce “Voglio scendere”. Il suo piglio è poco deciso, lui è fiacco e, messo a confronto con Luca e Paolo, geniali, intelligenti, corpi vivi sul palco, sembra un uomo spaesato che non sa cosa gli stia per piombare addosso. Quando le due ex Iene lasciano la scena speriamo che sia solo uno scherzo, ma purtroppo non è così, infatti il buon Gianni inizia un’Odissea lunga tutta la notte e, solo Papaleo riuscirà a portare un po’ della sua Basilicata Coast To Coast, un po’ della sua ironia melanconica e surreale in una cantilena fiacca e soporifera. L’attore lucano, vestito con un loden, fa il “conduttore tecnico”, ed è forse proprio questo il suo ruolo, salvare il salvabile, tentare di sdrammatizzare ciò che va storto e placare l’immenso ego del ragazzo della via Gluck. Di Celentano, del “Noleggiato”, come l’hanno definito sardonicamente Luca e Paolo, ne abbiamo sentito parlare per mesi, per settimane abbiamo visto il suo faccione giganteggiare nelle pubblicità, tanto da diventare un tormentone Celentano sì, Celentano no, purtroppo Celentano Sì. In un’atmosfera apocalittica, da giudizio universale, arriva Lui che vomita di tutto un po’ senza creanza né freni su religione, politica, editoria – come se qualcuno glielo avesse chiesto -, in una delirante, noiosa e ipocrita miscellanea di banalità populiste e demagogiche. Questo novello fustigatore di costumi che arriva come il Messia, salendo in cattedra, infastidisce, stordisce e annoia, e non è una questione di pause, di bevute d’acqua strategiche ma di quell’aria da detentore della Verità che ha sempre indossato. I minuti passano e il delirio d’onnipotenza del “Molleggiato” prende sempre più piede – e, fino ad ora, si sono esibiti solo 7 dei quattordici cantanti in gara e per uno spettacolo fatto di Musica è un po’ pochino – inscenando un incomprensibile, quanto patetico siparietto Celentano-Pupo-Morandi-Papaleo che non porta a nulla, anzi porta a qualcosa, al desiderio che tutto finisca, invece siamo costretti a sorbirci un balletto alla The Blues Brothers mentre Celentano guarda i suoi comprimari come a dire “Perdonali perché non sanno quello che fanno”. Si arriva addirittura a pensare che il momento migliore dell’intera Celentano-predica sia la “comparsata” della Canalis/Italia a piedi nudi con i capelli arruffati. Giungono poi baldanzose e festanti Belen e Canalis, cantando in playback sulla melodia di La Bella e la Bestia, prendendo il posto della povera Ivana Mrazova che a causa di un torcicollo – piuttosto ridicola come scusa – non può presenziare alla prima serata, continuando in un eterno gioco Ivanka c’è, Ivanka non c’è. Le due sembrano essere molto più sveglie di Morandi che continua ad avere l’atteggiamento del comprimario più che del protagonista, infatti quanta pubblicità ha avuto il “Moralizzatore Molleggiato”, tanto da sembrare lui il fulcro del programma, non il molle Morandi, né la musica italiana. Gli errori, i problemi si sprecano, si inanellano uno dopo l’altro fino a creare una collana di scadente bigiotteria: il sistema di voto si blocca durante la canzone di Samuele Bersani e quindi la giuria demoscopica vota su pizzini, fatica inutile, perché poi non si elimina nessuno. Tuoni, fulmini, saette e fischi: il povero Morandi non riesce proprio a reagire a questa vera rivolta popolare unita a quella del “the day after”: le pruriginose orecchie dello spettatore Rai mal sopportano tanto l’infinita tiritera di “sua Immensità”, quanto il “turpiloquio” di Luca e Paolo. Il gelo della mattina dopo spiega che qualcosa, nonostante il 49,70 % di share, è andato storto; partendo dal presupposto che la controprogrammazione era inesistente, che il circo sanremese chiama a raccolta i curiosi, che Celentano traghetta sempre, alla fine della prima serata lo spettatore si sente più un sopravvissuto che un appagato fruitore del buon canto: forse il Festival non ha più il valore di un tempo, forse le serate sono veramente troppo, forse Morandi doveva accontentarsi di Sanremo 2011.

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