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Kriegerin

mercoledì 19 Novembre, 2014 | di Nicole Braida
Kriegerin
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Soggetti alienati
Opera prima del giovane artista tedesco David Wnendt, Kriegerin (ovvero “combattente”) è un film lucido e piuttosto crudo, che racconta un mondo di soggetti alienati. La storia è ambientata in un impreciso luogo sulle sponde dell’Ostsee, dove un tempo c’era la DDR, ma la situazione ora è diversa: la Germania si è unita e il mondo intero si è globalizzato, ci sono Youtube, i kebabbari e i rifugiati.

Proprio in questo contesto però si sviluppa la vicenda di Marisa, una giovanissima neonazi convinta, che ascolta punk neonazista (dove si incita ad un nuovo olocausto) e che partecipa insieme al suo gruppo ad episodi di violenza nei confronti di persone “non ariane”, postando alla fine tutto su Youtube per poi finire in galera. Marisa e gli altri protagonisti, nazisti e non, sono tutti personaggi fuori dal mondo. mediacritica_kriegerinLa “democrazia”, di cui la voce narrante parla in apertura, non si vede se non per il fatto che tutti (anche i neonazi) hanno voce in capitolo. La televisione e i giornali non sono quelli della Germania post caduta del muro, sono bensì vecchi documentari di propaganda hitleriana (che riecheggiano da una obsoleta tv), o parole scritte su un manuale di teorie nazionalsocialiste. Il mondo esterno c’è ma non si vede, i neonazi usano il cellulare per fare video, ma non guardano altro su internet. Rasul, il giovane rifugiato pakistano è un senza patria, che anela ad una nuova patria (la Svezia, dove starebbe la sua famiglia). Svenja è una ragazzina, che per ribellarsi anche ad una situazione familiare oppressiva (il padre adottivo ha dei metodi piuttosto “brutali”), si rifugia nel conforto della cricca. Tutti sembrano infinitamente soli e sperduti: Marisa sta per perdere il nonno (unica persona con cui ha un rapporto d’affetto, ma anche quella che l’ha introdotta alle dottrine antisemite) ed ha una madre altrettanto sola; Rasul perde il fratello (per colpa di Marisa) ed è lontano dalla famiglia. Anime perdute in balìa del potere mediatico. I media, per quanto obsoleti, sono i catalizzatori delle azioni, sia che siano dei vecchi documentari sbiaditi, sia che siano delle cartoline sbiadite. Il percorso di Marisa però è disturbato dalla conoscenza con Rasul, che si dimostra amorevole con lei, nonostante l’iniziale odio immeritato. Il gruppo è fatto soprattutto da giovani in cerca di un senso di comunità, e la società dei “vecchi” è riecheggiata da queste figure di padre-padrone, di madri sole, di improbabili convinti marxisti in sedia a rotelle, di capi nazi dall’aspetto anni ’30 e da assistenti sociali, che in realtà trattano i rifugiati come se fossero dei prigionieri in un lager. Il mondo in cui vivono è in parte il ritratto di provincia dell’ex Germania Est (i gruppi neonazi sono numerosi nell’ex DDR), in cui gli ideali insegnati alla generazione precedente sono andati in fumo con il crollo del muro e non vi è rimasto molto da fare (anche il tasso di disoccupazione è molto alto), se non rifugiarsi nel conforto di un gruppo, che si permette di avere delle idee e aiuta il sentirsi uniti nell’odio verso un comune nemico. Un nemico che non c’è più, non più lo stesso almeno. Il nonno di Marisa (in un flashback di quando era piccola) le dice di non credere a tutto quello che le viene insegnato, che “loro” sono lì per ingannarla. “Loro chi?” chiede Marisa, “gli ebrei” risponde il nonno. Una risposta tanto assurda quanto la vita di questi soggetti alienati.

Kriegerin [Id., Germania 2011] REGIA David Wnendt.
CAST Alina Levshin, Jella Haase, Sayed Ahmad Wasil Mrowat, Gerdy Zint.
SCENEGGIATURA David Wnendt. FOTOGRAFIA Jonas Schmager. MUSICA Johannes Repka.
Drammatico, durata 103 minuti.

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