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Stop the Pounding Heart (2013)

sabato 24 Settembre, 2016 | di Vincenzo Palermo
Stop the Pounding Heart (2013)
Film History
12
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Voto autore:

SPECIALE ITALIANA DOC
Pastorale americana
Roberto Minervini, regista apolide emigrato negli States e adottato, nel brullo Texas, dalla numerosa famiglia Carlson – papà Tim e i suoi dodici figli – filma una lezione di antropologia culturale dal vivo, servendosi del nucleo familiare come cast d’eccezione e componendo un dramma intimista per parlare dell’America rurale.

La quieta esistenza di Sara, figlia maggiore della famiglia Carlson, prosegue docile, tra quotidiane mungiture di capre, formaggi freschi venduti al mercato e gli insegnamenti di un ruvido cristianesimo di provincia. Il suo cuore segue ancora il battito lento della tranquilla vita di campagna, mediacritica_stop_the_pounding_heart_290la sua parola si confonde coi proclami biblici di pratiche devozionali accorate e i suoi capelli color grano si mescolano alle tinte meste di una terra riarsa. Quando incontra il giovane cowboy Colby, l’“imprevisto” che inizia a destarla dal torpore emotivo, il suo piccolo mondo fatto di ritualità domestiche e convenzioni sociali inizia a disgregarsi, aprendosi ad un vagheggiamento idillico alimentato da fruscii d’erba e visioni contemplative. Opera aliena nel panorama cinematografico italiano, Stop the Pounding Heart ha avuto una lunghissima gestazione – due mesi di riprese in quattro anni di studio documentario presso la dimora dei Carlson – che giustifica il sorprendente intreccio di realtà e finzione alla base del progetto. Il muto scorrere del tempo – tra rodei, vaccari e capre belanti – è affidato ai silenzi opprimenti di Sara il cui turbamento emotivo si schiude sul volto pallido e su quelli dei protagonisti, figure evanescenti intente a recitare se stesse facendo scorrere la vita vera tra gli escamotage narrativi attuati dal regista. Negli ambienti spogli vicino Houston, la realtà è scavata col desiderio di portare alla luce segreti antichi racchiusi nella simbologia animale, nelle pratiche religiose e nelle liturgie di un microcosmo sofferente, rischiarate appena da uno spirito comunitario di solidarietà in cui si agita, irrefrenabile, l’impulso alla vita e all’operosità. Ciò che maggiormente sorprende in questa terza incursione nel Texas dopo The Passage e Low Tide, è la volontà, teorica e fattuale, di offrire allo spettatore immagini vergini, istantanee incontaminate di un’America emarginata e ortodossa, su cui gravita dolcemente un fluttuare di sensazioni e percezioni visive sospese in un altrove immaginifico, che scardinano le convenzioni filmiche del racconto costruito passivamente intorno allo spettatore. Il quadro bucolico si trasforma così, deprivato di qualsiasi corollario didascalico, nella delicata elegia di un tempo perduto scandito dai battiti di un cuore in tumulto. Ciò che conta, dunque, è solo un rumore, un soggetto doppio – spirituale e corporeo – in bilico tra realtà e fantasticheria immaginativa.

Stop the Pounding Heart [Italia 2013] REGIA Roberto Minervini.
CAST Sara Carlson, Colby Trichell, Tim Carlson, LeeAnne Carlson, Katarina Carlson.
SCENEGGIATURA Roberto Minervini. FOTOGRAFIA Diego Romero Suárez-Llanos.
Documentario/Drammatico, durata 100 minuti.

12 Comments

  1. Frances says:

    Entusiasmo veramente ingiustificato.

    • Vins says:

      Ne vorrei cento di opere così coraggiose in Italia! Poi, sai, l’entusiasmo è puramente soggettivo. Io mi sono letteralmente innamorato del film e penso che sia bello, a volte, trascrivere il proprio trasporto con libertà senza il filtro del tecnicismo oggettivo a tutti i costi. Io amo il film e adoro tutti i lavori di Minervini, perché fa dell’ambiente sociale rappresentato una poesia figurativa dell’emarginazione. Per me, un capolavoro assoluto.

      • Frances says:

        Mah. Avrei molto da ridire sul “coraggio” di quest’opera e sulla convinzione che in Italia non ne vengano fatte, di opere “coraggiose”.
        E anche riferendomi a Minervini, per me ha realizzato altri documentari più “coraggiosi” e riusciti.

        Soprattutto: quando una persona usa la parola “adorare” e la abbina a “TUTTI i lavori di un regista” mi sorgono grossi dubbi.
        Mi pare evidenzi una certa latenza di spirito critico, o un ingresso prepotente nella “fan zone”. Cosa che chi fa critica, soprattutto chi fa o vuole fare critica, dovrebbe evitare.

        Buon per Minervini comunque, poter contare su un ammiratore così incondizionato.

        • Vins says:

          Non ho detto che non ci sono opere coraggiose in Italia,ma che vorrei vederne di più. Per te Minervini ha realizzato film migliori, bene, io invece trovo ci sia ben più di un semplice filo conduttore comune tra le sue opere. C’è una coerenza intertestuale ed una ricerca documentaria che agisce come uno scavo profondo del reale, ma partendo da un’urgenza poetica che in Stop the Pounding Heart tocca il suo apice. Con Louisiana si immerge poi nel gretto disincanto di un’altra America, ma questo è un altro discorso. Ti ringrazio per il consiglio “critico”,c’è sempre da imparare nella vita,tuttavia sento di non avere bisogno di questo suggerimento e ti svelo un segreto:ci sono tanti critici e giornalisti come me appassionati alla poetica di un autore. Ti invito a leggere altri miei articoli e saggi che sono ben lontani dalla fan zone; anche questo mio intervento non è immune da distanza critica. Inoltre credo di non essere l’unico “fan” di Minervini visto che è stato premiato e osannato un po’ ovunque. Detto ciò è legittimo che a te piaccia “criticamente” altro (lungi da me definirti appassionata) 🙂

          • Frances says:

            Ti contraddici Vins: nella prima risposta scrivi “mi sono letteralmente innamorato del film e penso che sia bello, a volte, trascrivere il proprio trasporto con libertà senza il filtro del tecnicismo oggettivo a tutti i costi”, qui sopra “anche questo mio intervento non è immune da distanza critica”. O l’una o l’altra.

            Il fatto che molti critici e giornalisti tendano oggi all’osanna estremamente facile e gridino (specie quelli italiani, che sono per ovvie ragioni quelli che seguo di più) sovente al capolavoro è una tendenza deprecabile, quindi non mi farei vanto di fare parte di questa “corrente di pensiero”.
            Detto ciò, un conto è scrivere “sono appassionato alla poetica di un autore”, un altro “adoro tutti i film di Minervini”.

            Per quanto sia giusto (o inevitabile se vogliamo) appassionarsi alla poetica, allo stile, al modo di intendere cinema di un determinato autore, trovo preoccupante chi ama tutte le opere di certi registi a prescindere (specie quegli autori molto prolifici e dalla lunga carriera). La poetica cambia, lo stile cambia.
            Ma purtroppo è pieno di chi, quando scrive su un regista da lui amato, elogia a priori ogni suo nuovo film. Esempi, i primi tre che mi vengono in mente: Eastwood, Cronenberg, Malick. Se avessero iniziato le loro carriere con i film con cui le stanno concludendo avrebbero fatto la fine del povero Cimino. Ma è pieno di giornalisti/critici che difendono l’indifendibile. Non mi è chiaro il perchè. Poi massacrano invece buona parte delle opere prime, che tanto i registi sono sconosciuti.
            (Questo discorso prescinde in parte dal discorso su Minervini ovviamente)
            (Da tutto ciò sembrerebbe che io sia un’aspirante regista frustrata, ma così non è)

            • Vins says:

              Non farne una questione filologica Frances, o peggio cattedratica, ho solo detto che ci si può innamorare di un film e si può “sciogliere” leggermente il nocciolo critico in una lettura più genuina e sentita. Il taglio della recensione rimane il medesimo, sia chiaro. Con gradazioni diverse, se vuoi posso anche farti una classifica, ho amato tutti i film di Minervini. Amori diversi, perché diversi sono i suoi lavori. Ovvio. Ma non capisco a cosa porti questa discussione. Sì, ammiro (forse meglio dire così piuttosto che usare parole di giubilo?) l’opera del cineasta. SPARATEMI! 🙂 🙂 mica il mio è un gradimento indiscriminato! Poi, certo, sei liberissima di diffidare quanto vuoi.

              • Frances says:

                Mi spiace, ma diffido di chi ama tutta l’opera di un regista.
                Forse tu scrivi “amo” e “adoro” e intendi “apprezzo”, chi lo sa. Comunque le parole sono importanti (disse quel tale), poi ognuno le usa (anche a caso) come vuole.

                La mia considerazione finale nella precedente risposta era un’annotazione che prescindeva da Minervini (c’è anche altro nel mondo del cinema per fortuna) e si riferiva a un discorso più generale. Cioè notavo come oggi tra i critici l’entusiasmo sia:
                a) troppo facile in generale; o forse è un problema di lessico (aridaje), cioè il ricorso eccessivo al parolone a effetto, “capolavoro” di qua, “capolavoro assoluto” di là, etc.
                b) troppo legato al nome del regista che firma il film, con tendenza a difendere a priori opere di autori solo perché li si è apprezzati/amati per buona parte della loro carriera o perché hanno già un loro posto nel pantheon della storia del cinema.

                p.s. il 90% (sono buona) delle discussioni non portano a nulla.

                • Vins says:

                  Essere appassionati alla poetica (poetiche) di un autore non significa prescindere dal discorso critico. Questo almeno vale per me, altrimenti avrei scelto di dedicarmi ad altro, magari avrei fatto il direttore della fanzine di Minervini! Credo di sapere come si usano le parole, Frances, ci gioco appassionatamente da quando ero bambino. Il discorso che fai tu sul gradimento indiscriminato di certi autori è questione annosa e abbastanza scontata, e non sento di appartenere a quella categoria, benché mi ritenga un critico mosso da passioni dirompenti, certo bene incanalate tra le strette maglie della critica. Mi sarebbe piaciuto di più leggere una tua analisi sul film di Minervini, almeno avrei avuto modo di comprendere un punto di vista diverso…Sei ancora in tempo! 🙂 Altrimenti continuiamo a ripetere sempre le stesse cose.

                  • Frances says:

                    L’ho trovato un documentario piatto, ripetitivo quanto le vite dei personaggi che racconta.
                    Più che “pastorale americana”, “pastori americani”.
                    Nessun livello simbolico. Nessuna “lettura altra”. Mostra (nel senso che non fa mai sentire la sua presenza di regist – ed è una scelta legittima, per quanto opinabile -) e annoia.
                    Non mi ha convinto il connubio realtà-finzione.
                    E nemmeno lo stile elegiaco a dirla tutta, per quanto la bellezza delle immagini sia innegabile.

                    Non posso dare un’opinione più dettagliata perchè non me lo ricordo così bene, come spesso mi capita coi film che mi lasciano sostanzialmente indifferente.

                    • Vins says:

                      Grazie Frances! Questa tua lettura arricchisce più di mille discussioni sui “facili entusiasmi”. Io la penso in maniera del tutto opposta, ma trovo interessante il confronto tra due pareri agli antipodi. Louisiana ti è piaciuto di più?

                    • Frances says:

                      “Louisiana” mi ha sicuramente convinto di più, anche se non apprezzo particolarmente lo stile di Minervini com e documentarista.

  2. Meredith says:

    De gustibus

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