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Kaili Blues

sabato 18 marzo, 2017 | di Filippo Zoratti
Kaili Blues
Inediti
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Nel corso del tempo
Criptica e creativa (fosse anche solo per aggirare i legacci della censura nazionale), la Cina contemporanea si racconta e si nasconde attraverso sogni che hanno tutta l’apparenza di angoscianti incubi. O viceversa. Kaili Blues contiene moltitudini: imprime ogni singolo fotogramma di iperrealismo (gli ambienti fatiscenti e decadenti; il riferimento alla famigerata “legge sul figlio unico”) e apre al fantastico, anche laddove il fantastico oggettivamente sembra non poterci essere.

Si inizia da un luogo avvolto dalla nebbia: è Kaili, cittadina immobile, in cui due medici svolgono il proprio lavoro all’interno di una fantasmatica clinica. Servono pochi tratti appena abbozzati per descrivere i protagonisti, che sembrano sbucati da un film di Jia Zhang-ke, precisamente da quel Still Life che per primo ha stabilito in modo incontrovertibile i canoni di un nuovo cinema rurale e metaforico,mediacritica_kaili_blue_290 verosimile e filosofico, capace di sabotare dall’interno le regole di controllo con cui il regime decide cosa è bene e cosa è male. Perché l’Arte in Cina non può disturbare né “scuotere” il popolo, perdendo completamente la sua funzione primaria. Il giovane regista Gan Bi (giustamente premiato a Locarno 2016 come Miglior Regista Emergente) sceglie la via della poesia: il protagonista Chen Sheng, per chiudere i conti col proprio passato e confrontarsi con le incognite del presente, intraprende un viaggio verso Zhenyuan. Ma non è quell’approdo ad interessarci, quanto la sosta “da sogno” – o da incubo, come dicevamo prima – a Dang Mai, un luogo semi-distrutto attraversato da un fiume. Se la precedente Kaili (luogo di nascita del giovane filmmaker) è uno dei simboli del baratro, Dang Mai – con le sue case diroccate, con il suo scenario sconnesso e post-apocalittico – è il baratro. Eppure a Dang Mai (ed è questo il colpo di teatro più interessante dell’intera pellicola) il tempo si ferma. Anzi, qualcosa di più: in questo paese fluttuante che genera spavento e insieme attrazione (in cui ancora vive l’antica cultura hmong, primo popolo ad essersi stabilito nel territorio dell’attuale Cina) il tempo non è lineare e le vite delle persone si completano a vicenda. Lo capiamo grazie al sontuoso piano sequenza di 41 minuti con cui Kaili Blues ci accompagna per i vicoletti, i negozietti abbarbicati sul nulla, i corsi e ricorsi sonori (il suono del treno in lontananza) e fisici (i personaggi che escono e rientrano in scena da angolazioni inaspettate). L’opera di Gan Bi non ha confini e non ha identità, blocca il tempo e lo lascia fluire. E, nonostante si rischi di apprezzare di più il virtuosismo rispetto alla sua reale efficacia narrativa, sembra spiegarci in modo univoco cosa sia la Repubblica Popolare Cinese oggi: un enorme Paese senza confini e senza identità, in perenne “falso movimento” verso il futuro.

Kaili Blues [Lu bian ye can, Cina 2015] REGIA Gan Bi.
CAST Yongzhong Chen, Yue Guo, Linyan Liu, Lixun Xie.
SCENEGGIATURA Gan Bi. FOTOGRAFIA Tianxing Wang. MUSICHE Giong Lim.
Drammatico, durata 113 minuti.

Kaili Blues
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One Comment

  1. Zoletta says:

    Ne ho sentito parlare a Locarno! Ma là me lo sono perso… Per recuperarlo si recupera, è un peccato però che si continui a parlare dei “soliti” piani sequenza infiniti di Arca Russa quando in verità ce ne sono altri a quanto pare di grande qualità! bah

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