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The Brothers Bloom

martedì 16 Agosto, 2011 | di Eleonora Degrassi
The Brothers Bloom
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La poesia di un’anguria vuota
“Il principio di una grande epifania. Un imbroglio. Un racconto”, la storia di Bloom e Stephen prende le mosse da questo, dall’amore per la finzione e per la truffa perfetta.

Bloom/Adrien Brody,  fratello minore, è malinconico, romantico, delicato, quello che Hegel definirebbe “anima bella”, mentre Stephen/Mark Ruffalo, cinico e genialoide, è il demiurgo, colui che architetta il piano e ne tira le fila; il suo unico desiderio è “raccontare una storia così bene da appagarlo completamente”. Tutto sarebbe più facile se nella vita ci fossero solo schemi da seguire, ma anche i più duri, i falsari s’innamorano; e a quel punto tutto va a monte e si complica. Questo è The Brothers Bloom, caper movie postmoderno di Rian Johnson, premiato al Toronto International Film Festival del 2008, distribuito in America l’anno dopo, mai uscito nelle sale italiane.
Privato della libertà di essere e di fare, Bloom si sente inutile, rovinato, e con queste parole, “Me ne vado Stephen. Sono fuori”, – mentre un cammello si scola una bottiglietta di liquore – pensa di tagliare i ponti con il fratello, tanto amato da odiarlo, di ribellarsi a tutto, all’ingombrante compagno di avventure, faccendiere e terribilmente geniale, a quel ruolo da “antieroe vulnerabile” che gli è stato cucito addosso, a quelle persone che non lo conoscono veramente; desidera solo una “cosa reale, una storia che non sia scritta”.
Poi però, tre mesi dopo, l’ultimo colpo, quello “più geniale di tutti”, quello che gli spalancherà le porte di un futuro in cui essere ciò che realmente è, ma sopratutto lei, Penelope/Rachel Weisz, “una ricca stronza, eccentrica e segregata?” no, una delicata giovane donna, con problemi di comunicazione,  un “piccolo seme nella neve” che “ha bisogno di germogliare”. C’è poco da fare quando due anime belle, due numeri primi si incontrano è un esplosione/implosione di solitudine, di melancolie, di stranezze così struggente da far male. Penelope sa fare tutto, dal suonare il pianoforte al fare cigni con gli origami, conosce le arti marziali ma sa anche costruire uno stenoscopio con un’anguria. Quello stenoscopio distorcente è chiara metafora della vita di Bloom ma anche di Penelope: il frutto deforma le immagini, le modifica, ma le rende particolari, imperfette, originali, come sono loro, – “ed è quello il bello” dice la donna – non è una mera riproduzione, è piuttosto una novella, “una menzogna che dice la verità”, se poi la verità può essere conoscibile. Da un giorno all’altro Penelope inizia ad avere delle “conversazioni”, decide di partire in barca con un uomo, conosciuto il giorno prima, di diventare una ladra, gli parla della sua infanzia – una bambina con brutte eruzioni cutanee, allergica agli aghi con cui le facevano i test allergici, costretta a stare rintanata in casa, sola, con una madre malata anch’ella. La vita l’ha truffata, o viceversa, – è sottile la linea di demarcazione tra vittima e carnefice in questi casi – infatti Penelope si crea una vita parallela: lei era una diciottenne che poteva trovare un’infinita bellezza in ogni cosa e se l’è raccontata tante di quelle volte che poi è diventata immensamente, incredibilmente reale, tanto che la “prigionia” ha preso le sembianze di una vacanza “arricchente”. Bloom non può che restare affascinato da questo scricciolo pieno di abilità ma anche di infrastrutture che le rendono impossibile il rapporto con gli altri, assapora la vita di lei con le mancanze, che sono anche le sue, la stringe durante il Bolero in cui sembrano due ballerini provetti che ballano tra gli alti e bassi della vita su un traghetto in direzione Messico. A ricordo di quel romantico Bolero c’è solo una rosa dentro la tasca della giacca che viene “stropicciata” da un piano da portare a termine, da Bang Bang/Rinko Kikuchi, una complice asiatica, “serva” muta, dai vestiti pop e dalle idee ingegnose, da un fratello “vampiro”. Johnson realizza un film tra la favola/mito (molti sono gli accenni a questi mondi Willy e il Coyote, Icaro con le sue ali di cera) e la realtà – sempre creata dalla penna dello storytellers, Stephen – , tra il riso e la malinconia, costruendo un ponte tra quel “noi” bambino e quello adulto, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, tra ciò che vogliamo/dobbiamo nascondere perché “scandaloso” e la cruda “mostrazione” delle debolezze sullo schermo.

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