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The Captive – Scomparsa

sabato 5 Marzo, 2016 | di Gabriele Baldaccini
The Captive – Scomparsa
Inediti
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Architettare il banale
Una delle caratteristiche più ricorrenti dei film di Atom Egoyan è quella di indurci quasi sempre a una sorta di sospensione del giudizio nei confronti della qualità di ognuno di essi. La potenza del racconto si libera a piccole dosi e non si comprende mai con facilità se quelle narrate siano storie − per ciò di cui vogliono parlarci − effettivamente efficaci o meno. Si rimane come intontiti e si ha sempre l’impressione di aver assistito alla più banale delle vicende.

Poi, però, ci si accorge che quello strato superficiale racchiude profondità ben più architettate. Succede anche in questo The Captive, che ci racconta di un padre alla ricerca della figlia rapita da una misteriosa setta di pedofili. Il film è costruito come fosse un puzzle (puzzle che tra l’altro appare materialmente in una scena, come a volerci mostrare che di lì in avanti sarà tutto un gioco votato alla ricomposizione dell’intera vicenda), con continui salti mediacritica_the_captive_scomparsa_290temporali e numerose ellissi, ma nonostante questo con una linearità che tende ad appiattire sia la forma che la sostanza dei contenuti. A un certo punto, tuttavia, ci rendiamo conto che quegli “schiacciamenti” di senso fanno parte di un disegno più ampio e cioè della necessità di comunicarci un’immobilità alla quale nessuno dei personaggi presenti può sfuggire. I flashback e i flashforward sono infatti collocati nell’arco di otto anni, e sebbene passi un bel po’ di tempo tra un episodio e l’altro, gli avvenimenti, prima della risoluzione finale, sembrano ripetersi sempre allo stesso modo. Non a caso l’elemento in assoluto più ricorrente è la neve, che non scompare praticamente mai, rendendo il paesaggio sempre simile a se stesso e riflettendo metaforicamente la condizione esistenziale di ognuno dei personaggi. La sensazione principale è dunque quella di trovarsi di fronte a un’opera che ci parla dell’impossibilità di contrastare la Storia, il suo procedere, il suo evolversi, perché nella rappresentazione insistita di certe ingenuità e minuzie relative agli eventi che si susseguono si può riuscire a intravedere l’universale nel particolare. Il puzzle, comunque sia, alla fine si ricompone, anche se con qualche imprecisione strutturale, come se ci fossero dei pezzi uguali o come se ne mancasse qualcuno. Lo sguardo però è quello sempre lucido, tipico di Egoyan, che costruisce così un thriller desaturato nel quale lo spettatore conosce praticamente fin da subito la maggior parte dei dettagli e dove la più grande sorpresa è quella – nemmeno tanto banale − di riuscire a farci capire l’urgenza di non dover comprendere sempre e necessariamente l’assurdità di ogni atteggiamento emotivo.

The Captive – Scomparsa [The Captive, Canada 2014] REGIA Atom Egoyan.
CAST Ryan Reynolds, Scott Speedman, Rosario Dawson, Kevin Durand, Bruce Greenwood.
SCENEGGIATURA Atom Egoyan, David Fraser. FOTOGRAFIA Paul Sarossy. MUSICHE Michael Danna.

Thriller, durata 112 minuti.

One Comment

  1. Massimiliano says:

    La colpa metaforica che questo padre vive per aver perso la figlia, incarna la condizione psicologica e sociale dei padri che arrancano in una contemporanea società femminista. Gli antagonisti del protagonista sono tutte femmine in età adulta prive dell’innocenza dell’infanzia. Nella storia c’è anche lo stereotipo del maschio asservito al pensiero femminocratico che al pari del vero servo è spesso più spietato del padrone. Ma nel finale Ogoyan vuole e trova il riscatto del padre che grazie alla sua pura e sincera ostinazione nel non voler dimenticare sua figlia riesce a salvarla dalla prigionia e dalla morte. Per lui però non c’è premio, perché quella società che lo aveva accusato di essere lui stesso l’aguzzino dell’amata figlia ignora il suo gesto, non gli riconosce scuse ne gratitudine. Apparentemente la famiglia si riunisce ma in realtà sono solo lui e Cassandra che tornano a stare insieme,lo strappo che l’odio della moglie ha creato negli ultimi 8 anni di rapporto non è infatti più ricucibile. L’amore però alla fine vince e quella giovane donna che un giorno sarà forse moglie anche lei, ce l’ha lì proprio dove il padre lo ha riposto nel profondo del suo cuore.

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