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Paura e delirio a Las Vegas (1998)

sabato 25 Febbraio, 2017 | di Massimo Padoin
Paura e delirio a Las Vegas (1998)
Film History
2
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SPECIALE STUPEFACENTE
La vita acida
“C’è luce in fondo al tunnel?”, si domanda Hunter S. Thompson (alias Raoul Duke), ma il suo quesito appare più come una triste illusione di quello che gli anni ’60 – e la generazione degli acidi – ha portato una volta che ogni ideale era sepolto.

Un lungo corridoio allucinato e allucinogeno in cui il cambiamento, che avrebbe dovuto trovarsi alla sua fine, è ben coperto da una carta da parati e moquette colorate acidamente e segnate ancora dalle forme oblunghe dei “Sixties”. La luce in fondo altro non è quel 1971 in cui ancora è presidente Nixon, è quel 1971 in cui la guerra del Vietnam miete le sue vittime, mediacritica_paura_delirio_las_vegas_290è quel 1971 in cui sostanzialmente l’America rimane grottescamente divisa tra ingessati perbenisti che si scambiano futili battute a convegni antidroga, e post-hippie ormai troppo fatti per rendersi conto di come il mondo si sia evoluto. Terry Gilliam, quando traspose il romanzo di Hunter S. Thompson Paura e delirio a Las Vegas – tra i manifesti della beat generation –, decise di spingere il più possibile sul tono del grottesco, concentrandosi nella creazione di un caleidoscopio ininterrotto tra le allucinazioni di Raoul e Gonzo nel loro folle e allucinato viaggio. Tra il parodico e il bizzarro, la recitazione sopra le righe di Johnny Depp e Benicio del Toro di certo è stata il cardine che ha reso la pellicola vero cult moderno: Paura e delirio a Las Vegas è tra i film che più in assoluto hanno voluto riportare allo spettatore il tragicomico totalizzante di un trip allucinogeno. Sospendendo il giudizio effettivo sull’abuso di droghe, Gilliam lascia agli scarti dell’immagine e del background sonoro tutti i riferimenti a ciò che racconta gli Stati Uniti, in un momento d’impasse socio-politica, tra la fine di un sogno e il pragmatismo di un incubo reazionario. La folle missione che i due protagonisti decidono di inventarsi altro non è che il solitario viaggio nell’allucinazione che il singolo fa per se stesso. Con la convinzione che ciò fosse un sintomo comunitario, il grottesco prende il sopravvento nella battaglia tra chi la droga voleva usarla senza limiti e chi invece la combatteva, relegando invece a scarto innocente – come la cameriera del dinner – chiunque si trovasse nel mezzo, e che nella pellicola appare come scheggia di reale, tra le sfumature di queste due dicotomie, tra chi cercava di sopravvivere alla fine di un’ideale cambiamento in una Paese in evidente stato bipolare. È proprio in questo che Paura è delirio a Las Vegas si rivela non tanto un buon film ma un grande cult, senza essere un film sulle conseguenze della droga ma sulla droga come conseguenza.

Paura e delirio a Las Vegas [Fear and Loathing in Las Vegas, USA 1998] REGIA Terry Gilliam.
CAST Johnny Depp, Benicio del Toro, Tobey Maguire, Christina Ricci.
SCENEGGIATURA Terry Gilliam (tratta dall’omonimo romanzo di Hunter S. Thompson). FOTOGRAFIA Nicola Pecorini. MUSICHE Ray Cooper, Michael Kamen.
Commedia/Drammatico, durata 118 minuti.

2 Comments

  1. Anonimo says:

    Sono d’accordo quando scrivi che è più un cult che davvero un grande film (cioè, sì, è un buon film, ma non il capolavoro che è per alcuni)

    • Massimo says:

      mi fa piacere che tu sia d’accordo, visto anche l’aura quasi mitica che ha raggiunto questo film, temevo la frase potesse esser fraintesa. e invece è bello vedere che ci sia qualcuno che concorda su questo sulla distinzione tra cult e grande film, che non sempre vanno a braccetto

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