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Leningrad Cowboys Go America (1989)

sabato 8 aprile, 2017 | di Chiara Checcaglini
Leningrad Cowboys Go America (1989)
Film History
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SPECIALE AKI KAURISMÄKI
Cadillac e trattori
I Leningrad Cowboys esistono da un paio d’anni quando convincono Aki Kaurismäki a dirigere un film sulle loro avventure. Leningrad Cowboys Go America è la prima incursione internazionale del regista finlandese, e un manifesto del suo minimalismo surreale, in cui umorismo assurdo, affettuosa e partecipata elegia degli outcast e politica si intrecciano e si sostengono.

La potenza visiva dell’alterità totale dei Cowboy di Leningrado (un nome che già è uno scontro culturale) si stratifica sull’esasperazione del ciuffo e delle scarpe a punta anni Cinquanta, mescolata a elementi già cult come gli occhiali alla Blues Brothers, e i dettagli di pelliccia, segnali della provenienza siberiana. mediacritica_leningrad_cowboys_go_america_290Ma il look dei Cowboys non è abito di scena, loro non si atteggiano, ma “sono”: il ciuffo a punta è nel loro DNA, che accomuna anche il cane di famiglia e l’ultimo nato in culla, e segno di riconoscimento per trovare parenti perduti. Vessati da un manager dittatoriale ma in fondo armato di buone intenzioni, Vladimir, ritenuti troppo poco commerciali da un impresario locale che li ascolta suonare nella tundra, vengono spediti negli Stati Uniti, “dove mandano giù ogni stronzata”. Volano a New York, e poi on the road in Messico, inseguiti dal wannabe Igor che nonostante la buona volontà non riesce proprio a farsi crescere il ciuffo, e portandosi sempre dietro il bassista congelato, simbolo esasperato della loro immobilità. La contraddizione tra l’incapacità di amalgamarsi al mondo e la capacità di assorbire in pochi minuti qualunque genere musicale che ha fatto la storia degli USA, rock’n’roll, country, rythm and blues, è emblematica dell’universo kaurismäkiano in cui il pregiudizio non ha ragione di essere, il clash culturale non può davvero essere pensabile, e l’unica posizione possibile è quella di un riconoscimento reciproco tra abitanti dei margini fuori dalle coordinate sociali ordinarie. Le tappe dei Cowboys corrispondono non a caso alle location di alcuni film dell’amico e collega di minimalismo Jim Jarmusch – qui presente nelle vesti di un venditore di auto – con tanto di citazioni quasi letterali di Daunbailò. Indifferenti ai paesaggi punteggiati di simboli della provincia nordamericana (i neon, le pompe di benzina, i bar scalcinati), l’identità dei musicisti della tundra è ribadita, oltre che dai tratti appuntiti e dall’amore per i trattori, dall’impossibilità di non suonare, di qualunque strumento e genere si tratti: e dopo un breve slancio rivoluzionario anarchico sedato a suon di ceffoni, i nostri troveranno infine in Messico rubinetti di tequila e un ambiente consono alla loro eclettica espressione creativa, tanto adattabile quanto irreplicabile.

Leningrad Cowboys Go America [id., Finlandia/Svezia 1989] REGIA Aki Kaurismäki.
CAST Matti Pellonpää, Kari Väänänen, Sakke Järvenpää, Mato Valtonen, Heikki Keskinen.
SCENEGGIATURA Sakke Järvenpää, Aki Kaurismäki, Mato Valtonen. FOTOGRAFIA Timo Salminen. MUSICHE Mauri Sumén.
Commedia, durata 82 minuti.

Leningrad Cowboys Go America (1989)
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