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In questo numero

Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2

sabato 16 Luglio, 2011 | di Filippo Zoratti
Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2
Speciale
8
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Voto autore:

I maghi non esistono
L’intuizione con cui Joanne Rowling diede vita 14 anni fa al microcosmo fantasy di Harry Potter è geniale: scrittrice senza successo, la Rowling – leggenda vuole – concepì il mondo del maghetto camminando per la stazione londinese di King’s Cross. Geniale.

Geniale perché dalla sua penna è nata una saga “generazionale”, destinata cioè a crescere man mano che procedevano gli episodi (dagli 11 anni età ideale per la lettura della Pietra filosofale ai 18 per quella dei Doni della Morte); geniale perché in grado di accendere la scintilla di chi, leggendo pagine su pagine di asettica carta stampata, si è creato un proprio personale immaginario, mediacritica_harry_potter_e_i_doni_della_morte_290da alimentare gelosamente. Ecco la parola – vale la pena di dirlo – “magica”: immaginazione. Uno dei motivi principali del fallimento dell’adattamento filmico dei romanzi potteriani è la privazione del libero arbitrio, ossia la necessità di ricondurre a dei connotati unici e condivisi un universo fantastico destinato a prender vita solo nella testa dei suoi aficionados. “Esistono storie che non esistono” direbbe Maccio Capatonda in uno dei suoi nonsensici trailer ideati per Mai Dire Tv, e l’innesto di Harry Potter al cinema è una di quelle storie. Anche perché, sceneggiando vicende fatte apposta per restare prive di risoluzione nell’attesa delle nuove puntate, viene meno il principio auto-conclusivo dell’opera d’arte. Ovvero: guardereste la giovinetta dell’Olympia di Manet mozzata in due, busto in un quadro e gambe in un altro? Che senso avrebbe? E che senso hanno i film intermedi di Harry Potter, che iniziano in un punto qualsiasi e finiscono altrettanto all’improvviso lasciando tutto in sospeso? Nessuno, se non per i fan – comunque scontenti, per il “tradimento dell’immaginario” di cui sopra – accaniti. La trasposizione cinematografica dei romanzi – a causa dei continui cambi di regia: da Columbus all’anonimo Yates, passando per Cuàron e Newell – non ha mai avuto un’anima, e men che meno ce l’ha in questo ottavo lungometraggio, incentrato sulla ricerca degli Horcrux. L’estetica combattiva e pesantemente manomessa dal CGI (una curiosa alternanza di effetti speciali da urlo e clamorose topiche degne di un videogame di serie Z) è a tal guisa carica e tonitruante da rendere sgonfio e sfiatato lo scontro finale tra Harry e l’arci-nemico Voldemort, già di per sé castrato dall’ovvietà del suo esito. La lotta tra Bene e Male, così come la resistenza di un gruppo di ribelli che deve salvare il mondo, non è mai stata così telefonata e priva di intensità. Ora il sipario cala, e quando qualcuno tra qualche anno si domanderà “who the f**k is Harry Potter?” (come recitava – piccolo aneddoto personale – una t-shirt acquistata dal sottoscritto a Londra un lustro fa) la risposta sarà doppia: da un lato, un memorabile personaggio nato dall’epifania di un’autrice sconosciuta di romanzi fantasy; e dall’altro, una accessoria saga cinematografica che – semplicemente – non s’aveva da fare.

Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2 [Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 2, USA/Gran Bretagna 2011] REGIA David Yates.
CAST Daniel Radcliffe, Emma Watson, Ralph Fiennes, Alan Rickman, Helena Bonham Carter.
SCENEGGIATURA Steve Kloves (dal romanzo di J. K. Rowling). FOTOGRAFIA Eduardo Serra. MUSICHE Alexandre Desplat.
Fantasy, durata 130 minuti.

8 Comments

  1. brics says:

    Quindi pensi tutto il male possibile anche de Il signore degli Anelli, Star Wars e tutte le saghe in più episodi?

  2. Filippo Z says:

    Credo esistano saghe e saghe! Negli anni ’70 le saghe erano o non “programmate” a tavolino (tipo “Rocky”, che solo alla luce del successo iniziale ha avuto un seguito) o erano comunque fatte di episodi auto-conclusivi (piaccia o non piaccia, ogni “Star Wars” classico dei ’70-’80 sta in piedi da solo). Del “Signore degli Anelli” apprezzo la prima parte: ha senso, è un buon film. Trovo ingestibile invece “Le due torri”, che inizia in un punto qualsiasi e finisce altrettanto a caso. La trovo una presa per i fondelli nei confronti del pubblico, che paga per un’opera (d’arte) mozzata. Al di là di questo, credo che il problema grosso sia con le saghe dai 2000 in poi, che non fanno nulla per nascondere la loro smaccata commercializzazione. Lo dimostrano “Harry Potter”, “Hunger Games”, anche “Divergent”: l’ultimo capitolo è diviso in parte prima e parte seconda… in pratica si paga due volte per un film solo, una pratica che per me è davvero brutta, scorretta.
    Postilla: va anche detto che questo mio articolo su “I Doni della Morte” si inseriva in uno Speciale a 6 con sei punti di vista di 6 autori diversi sul film (ovviamente se vuoi trovi ancora tutti gli articoli). Gli altri 5 pezzi sono TUTTI esageratamente positivi, perché sono TUTTI scritti da fan del maghetto e della saga. La mia recensione quindi cerca di controbilanciare un po’ il plebiscito 🙂

  3. brics says:

    Non concordo su “Le due torri”. Certo è il meno riuscito dei 3, ma quella di Tolkien è una trilogia letteraria e il secondo capitolo ha un significato fondamentale nello sviluppo della storia e dei personaggi, che sarebbe stato impossibile condensare nel primo e nel terzo film, a meno di non farli durare 5 ore l’uno.
    Una presa per i fondelli nei confronti del pubblico è “Lo hobbit”, quello sì, perchè 3 film da un romanzo di 300 pagine proprio non si sarebbero dovuti fare. Ma è il dio denaro, come noto.

    Su HP sono d’accordo con te sul valore non eccelso dei film (e degli interpreti giovani), ma non sono tutti sullo stesso livello. Per esempio i primi due di Colombus sono sicuramente dei bei fantasy per ragazzi. La saga av peggiorando mano a mano che passano gli anni quando i toni e le atmosfere dovrebbero farsi più adulti e dark, come accade nei romanzi.

    Però non capisco l’accostamento a un dipinto diviso in 2, ogni libro ha un suo film (tranne l’ultimo, che aveva troppi nodi da sciogliere, ma semmai il tuo appunto va rivolto alla parte 1 dei Doni etc., non alla 2).
    Altrimenti in questo senso potremmo ribaltare il tuo discorso sulle serie tv, tempio delle “Olympia” di questo mondo. Solo che nemmeno divise in 2, ma parcellizzate che manco un puzzle.

    • Filippo Z says:

      Condivido il tuo pensiero su “Lo Hobbit”. Le serie tv però sono un altro mondo rispetto ai film, è la definizione stessa di serie / sitcom / soap opera che prevede la frammentazione del prodotto (anzi l’idea è proprio quella di fidelizzare il pubblico TELEVISIVO o del web 20/40 minuti alla volta). Un film no, un film nasce come opera a sé stante. Oppure come una serie di film, va bene, ma devono stare in piedi da soli anche se visti singolarmente!

      Quoto i primi due HP, ottimi “romanzi di formazione” per pre-adolescenti: creano un immaginario, sono quasi interscambiabili. Dopo no, dopo la saga si infogna e non se ne esce più. “I Doni della Morte” è probabilmente denso nella scrittura, ma la cosa dovrebbe fare ancora più incavolare: nella seconda e ultima parte del film succedono DUE cose di numero. Tanto valeva sacrificare qualcosa del primo e mettere tutto in un unico capitolo!

      La saga secondo me – in un mondo ideale e quindi inesistente – non si doveva fare proprio per i motivi che dici tu: la pagina scritta è un medium che si può permettere la parcellizzazione; il cinema no. Il cinema non è né meglio né peggio: è proprio un’altra cosa. Continuo a trovare scorretto, a distanza di 6 anni dalla sua conclusione, che la serie dei film abbia avuto la stessa cadenza dei romanzi.

  4. brics says:

    Certamente le serie tv sono quello che dici.
    Mi pare che gli HP abbiano tutti un finale, certo non definitivo, ma come qualunque saga cinematografica. Il problema sta tutto nel valore nel film.
    Oltre a Colombus ne salverei un altro (il 4, quello di MIke Newell) che forse è il può autonomo per la natura stessa della storia che racconta.

    Sul fatto che “I doni della morte” avrebbe dovuto essere un solo film forse mi trovi d’accordo, ma avrebbe avuto bisogno di una durata simil “Il ritorno del Re” e il target principale di pubblico era diverso.

    Molte saghe le abolirei anch’io, ma temo – vedi l’operazione discutibile (grande eufemismo) che la Disney sta facendo con Star Wars – che la direzione delle Major sia opposta. Dovremo farcene un’abitudine, purtroppo.

  5. brics says:

    p.s va detto che la “colpa” è anche nella maggioranza del pubblico che ormai intende il cinema come una serie tv.
    Vedi anche il successo di serie italiane che sono partite da opere concluse, poi riaperte e tramutate in serial.
    Di questo passo fra 15 anni non avremmo più manco un film che si conclude definitivamente dopo 100 minuti.

    • Filippo Z says:

      Verissimo, e parte del mio “dispiacere” deriva proprio da questo: si sta plasmando l’etica e il giudizio del pubblico, che lentamente ma inesorabilmente inizia a vedere il cinema come una serie tv. Non voglio guardare il cinema come un serial, e non voglio neanche leggere un bel libro e pensare “speriamo che ne facciano un film o una saga”!
      Su “Star Wars” ho pensieri ambivalenti: da una parte grazie alla Disney si tiene fede al progetto originario dei 3 + 3 + 3 film (così come era stata intesa da Lucas), dopo che ne era stata dichiarata la fine post-Vendetta dei Sith. Dall’altro la logica intensiva Disney inizia già a nausearmi, perché è da sfruttamento intensivo senza freni: non solo i capitoli VII, VIII e IX ma anche tutto un disastro di spin-off / midquel / progetti vari che mi fa già rabbrividire…

      • brics says:

        Ci si ritroverà in pochi carbonari in oscuri cinema d’essai a vedere film che hanno un inizio, e poi una fine 2 ore dopo.
        Illusi convinti che i film sono belli proprio perchè finiscono (anche se magari a caldo non vorresti) 🙂

        Sono meno ambivalente su SW, forse perchè è già salita la nausea.
        (a parte lo sin off che ci puppiamo ogni anno “dispari”, sono convinto andranno oltre l’episodio IX…)

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