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Melancholia

lunedì 24 Ottobre, 2011 | di Massimo Padoin
Melancholia
Speciale
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Due opere
Due opere al Festival di Cannes 2011 sono state fin da subito viste come le due facce opposte della stessa medaglia: The Tree of Life di Terrence Malick e Melancholia di Lars von Trier.

La contrapposizione appare semplice a prima vista: l’assoluzione e la speranza contrapposti al nichilismo e all’accettazione della propria fine. Ma, nonostante i film ci appaiano opposti, utilizzano gli stessi mezzi e strumenti per costruire il loro significato. Malick decide di partire dal particolare, dalle azioni semplici, dai singoli gesti che compongono la vita quotidiana per realizzare la sua magniloquente raffigurazione della vita e dell’esistenza; da questi piccoli elementi l’autore arriva all’universale, accogliendo a sé addirittura l’inizio di tutto ciò che ci circonda. Seppure la sequenza che vede la genesi dell’universo venga posta all’inizio, è chiaro come Malick per il suo ragionamento sia partito dal più piccolo e, apparentemente insignificante, elemento della nostra vita (come ad esempio vedere da vicino il piede di un bambino). Lars von Trier utilizza la stessa contrapposizione, ma svuotando di senso qualsiasi cosa, se in The Tree of Life i singoli gesti assumevano un’importanza capitale nell’equilibrio universale, Melancholia al contrario mostra come tutto ciò che fa parte dell’uomo risulti inutile e privo di senso. Le azioni e gli interessi dei personaggi appaiono ridicoli in confronto ai moti che governano l’universo: la stessa protagonista Justine nella sua malinconia mostra come tutto ciò che la circonda – partendo dalla festa del suo matrimonio – sia futile e di poco interesse. Le convenzioni umane risultano così misere e prive di significato: i soldi, il lavoro, la casa divengono solo elementi d’infinita insignificanza; è solamente con l’arte che l’uomo dimostra la propria grandezza (esattamente come per Malick), ed è solo attraverso l’uso dell’immaginazione che egli esiste. Ma al contrario del regista statunitense, Lars von Trier rappresenta anche quest’elemento “venduto”, sfruttato nella sua grandiosità e risucchiato dall’avidità dell’uomo. Melancholia non è un film disperato, al contrario è un’opera lucidissima proprio grazie al suo creatore che nell’opera corrisponde al personaggio di Justine, capace di rendersi conto delle cose andando oltre la paura per arrivare all’accettazione della propria fine. La ragione in Melancholia non ha un ruolo (come mostra il personaggio di Claire), la ragione non può comprendere la grandiosità del Reale e della Grazia. Ma al contrario dell’opera di Malick, che si conclude con l’immagine di un ponte capace di collegare non solo passato e futuro ma anche materia e spirito, von Trier decide di non rappresentare più nulla: il suo nichilismo non porta all’unione di niente ma semplicemente ad un buio, impossibile da non vedere, impossibile da non sentire.

Melancholia [Id., Danimarca/Germania/Francia/Svezia 2011] REGIA Lars von Trier.
CAST Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling.
SCENEGGIATURA Lars von Trier. FOTOGRAFIA Manuel Alberto Claro. MONTAGGIO Molly Marlene Stensgaard.
Drammatico/Fantascienza, durata 130 minuti.

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