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Novecento

venerdì 28 Ottobre, 2011 | di Lisa Cecconi
Novecento
Film History
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Il Quarto Stato
“E così ho pensato di far sì che la Paramount, la United Artist e la 20th Century Fox pagassero per la più grande bandiera rossa mai vista al cinema.”  Novecento, Bertolucci, lo racconta così. Perché dunque sdilinquirsi in sterili accuse – troppo schematico, troppo coinvolto, troppo parziale? Novecento è e sarà sempre uno dei più grandiosi manifesti proletari.

A partire dalle intenzioni. Bernardo Bertolucci non è autore che si annulla nell’opera, non è comodo né accomodante e il punto focale del suo sguardo è sempre palpabile ed elettivo, dai fluviali cortei di Novecento (1976) fino a quello “affacciato” di The Dreamers (2003). Dopo lo scandalo applaudito di Ultimo Tango a Parigi, lungi dall’adagiarsi su  più accoglienti allori, il regista mette gloria e mezzi al servizio di un’ epopea colossale che, in cinque ore di film, condensa la storia dell’Emilia rurale,  dall’inizio del ‘900  alla Liberazione.  Protagonisti, Olmo Dalcò e Alfredo Berlinghieri, paesano e padrone, nati entrambi in un giorno assolato di inizio secolo . Figli di un’era che presto non è più, segnata dalla morte dei due patriarchi (due magnifici Burt Lancaster e Sterling Hayden) Olmo e Alfredo crescono insieme, rette parallele ostinatamente intente a un impossibile punto d’incontro.
Olmo ha la ruvida intensità di un già noto Depardieu (ma Bertolucci, per il suo ruolo, aveva pensato a un sovietico) è impetuoso e emotivo, forte della saggezza di generazioni e adombrato dalla stessa rabbia, dalla collera atavica verso l’ingiustizia. Alfredo, al contrario, ha il fisico pallido e asciutto di un semisconosciuto “Bob” De Niro, intriso di padronale opportunismo, tanto pronto a crogiolarsi nell’edonismo quanto svelto a svignarsela nelle difficoltà. Mentre Olmo lotta per diritti e dignità, scontando il prezzo della sua condizione,  Alfredo, pellicce e cocaina, manifesta il suo distacco sulle orme dello zio viveur (Romolo Valli) ma, alla morte del padre, si rivela un padrone meschino e pusillanime.
Attorno a loro ruota un cast d’eccezione, da Laura Betti a Stefania Sandrelli, da Alida Valli a Francesca Bertini passando per il fascino penetrante di Dominique Sanda e la maschera beffarda di Donald Sutherland. La prima regala un’Ada nevrotica e sofisticata, strappata a una gaudente spensieratezza dalla presa di coscienza dei soprusi perpetrati sui paesani (“Ero cieca, ma ora vi vedo…”), il secondo è la feroce camicia nera, folle “cane da guardia” dei padroni. L’efferratezza dei suoi crimini ha suscitato sgomento e rifiuto, ma se ognuno dei personaggi incarna l’essenza di un’identità, l’emanazione di un’idea, Attila è il fascismo, nutrito dall’odio e dal livore, invidioso dei potenti e per questo a loro succube, capace di atrocità impensabili, se non fosse che ne sono piene le memorie delle nostre campagne. Dalle testimonianze dei contadini emiliani Bertolucci trae aneddoti e ispirazione, oltre ai magnifici canti popolari, per farne un’opera in due atti in cui il primo possiede in nuce gli sviluppi del secondo, anticipandoli a partire dall’incipit e disseminandone le tracce in  simboliche premonizioni (la sequenza del ballo, il gioco di Ada, il gatto ucciso da Attila…).
Memore di Visconti come di Renoir e Pasolini (per il quale fu assistente in Accattone), Bertolucci sposa all’amore per una realtà sapientemente svelata, in panoramiche avvolgenti e superbi pianisequenza, un impianto teatrale con tanto di “a parte” rivolto in macchina, confronti corali e uso sapiente della prossemica e del fuori campo (Anita, in piedi su un covone, vede e racconta la Liberazione). La regia scorre fluida come un giro di valzer, con la macchina da presa che scivola armoniosa, ancorata a un gesto o a un movimento, cullata dalle note di Morricone, mentre il montaggio di Franco “Kim” Arcalli restituisce l’impressione di una quasi assoluta continuità.
Opera-fiume, si è giustamente detto, e anche “verdiana”, a partire dai nomi e dall’esplicito omaggio alla morte di Giuseppe Verdi. Un’opera che si avvale, in aggiunta, delle scenografie di Ezio Frigerio e della fotografia di Vittorio Storaro,  maestri nel suggerire atmosfere sospese e spazi umorali, in un film in cui persino le stagioni piangono il fango dell’inverno fascista per splendere nell’estate della Liberazione. Ma il finale è tutt’altro che ottimista e il conflitto è ben lontano da un soluzione. E proprio in questo sta l’importanza del messaggio, perché l’eternità dello scontro non sia una scusa per non sapere da che parte stare.

Novecento [Italia/Francia/Germania Ovest 1976] REGIA Bernardo Bertolucci.
CAST Robert De Niro, Gérard Depardieu, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Stefania Sandrelli, Laura Betti, Sterling Hayden, Alida Valli.
SCENEGGIATURA Bernardo Bertolucci, Giuseppe bertolucci, Franco Arcalli. FOTOGRAFIA Vittorio Storaro. MUSICHE Ennio Morricone.
Drammatico/storico, durata 317 minuti.

One Comment

  1. rinaldo montalenti says:

    Novecento sta al Cinema italiano come la Cappella Sistina sta a tutte le opere artistiche del nostro Paese. Maestoso, addirittura immenso, ma anche controverso e talvolta imperfetto. Un grande affresco, un grande cast e una forte ispirazione del regista, che ritrae il grottesco e la soavitá con ugual bravura. Personalmente lo colloco al primo posto fra tutti i film che ho visto (e ne ho visti tanti, credetemi) prima del grande capolavoro di Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti) e del meraviglioso Toro Scatenato di Scorsese. So che neppure lo stesso Bertolucci lo collocherebbe cosí in alto, ma so anche che spesso un paesaggio lo vedi meglio da fuori piuttosto che standoci dentro.

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