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La rabbia giovane

giovedì 5 Aprile, 2012 | di Lisa Cecconi
La rabbia giovane
Film History
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Sabato 7 aprile, Rai 3, ore 03.20

Sogni di gloria
Badlands comincia come iniziano le fiabe. Con un padre vedovo, una giovane figlia, un cane fedele e un pretendente. Però il padre uccide il cane, il giovane uccide il padre e la coppia adolescente scappa senza meta accumulando crimini e omicidi.

Alla base dell’esordio di Malick c’è un fatto di cronaca, lo stesso che ha ispirato innumerevoli cult non soltanto cinematografici, da Assassini nati di Oliver Stone a Nebraska di Bruce Springsteen. Caril Ann Fugate – la vera compagna di Charles Starkweather, responsabile di undici omicidi – ha personalmente collaborato al film. Ma La rabbia giovane, come è stato ribattezzato in Italia, non è affatto un biopic, né un mero epigono di Gangster Story.
Nel vasto distendersi delle lande che accolgono la fuga di Holly e Kit prendono vita le forme autoriali di un’attitudine meditativa. E’ la voce di Holly che accompagna le immagini e la calma poetica del suo racconto annacqua e dilata una realtà brutale. Gli anni ‘50 che fanno da sfondo ammiccano languidi come réclame e degli emblemi del loro appeal Kit Carruthers si riveste incantato. Cappelli, stivali e naturalmente James Dean non sono per Kit delle semplici icone. Sono strumenti di un’identità, di un atto concreto di composizione. Kit costruisce il proprio mito lasciando messaggi e registrazioni, disseminando tracce del proprio passaggio, innalzando totem e distribuendo reliquie. Cambia ogni volta firma perché nessuno falsifichi il suo nome e vive ogni gesto come un rituale. Ma non c’è rabbia nella sua violenza, nessun programma volutamente eversivo. Anzi, è affascinato da quella stessa società che terrorizza senza riserva: ne adotta i simboli, ne ammira gli idoli e si mostra amichevole col “ricco signore”. Al pari di Holly si sente costretto da una realtà che non lo comprende, con cui non riesce a comunicare, se non tentando di farla propria raccogliendone i ninnoli in superficie.
Attraverso di lui passa la mistificazione di un’intera epoca, alimentata da gossip, riviste e cartelloni pubblicitari. Holly stessa sovrappone agli eventi le sue romantiche fantasticherie. Al crescendo di violenza ingiustificata risponde una sospesa insensibilità, una sorta di impermeabilità di entrambi rispetto alla portata delle proprie azioni. La fuga, l’assassinio, la vita nella foresta non sono niente più che un gioco infantile e, come tale, tremendamente serio, così come i segnali che Kit escogita di volta in volta per dare l’allarme. Ogni suo gesto è innaturale, perennemente impostato in pose affettate, ogni suo passo è il protrarsi ostinato di una recita vana che cerca l’applauso. Quando Holly lo abbandona è perché, semplicemente, di quel gioco non vede la fine e si scopre stanca della sua vacuità.
Malick riverbera questa freddezza nell’orizzonte arido delle “badlands”. L’estraneità dei due giovani alla civiltà trova nella vita allo stato brado una serenità ingenuamente precaria: i gesti di Kit non sono meno incongrui sprofondati in campi lunghi di deserto impassibile e i primi piani della natura non suggeriscono alcuna empatia, piuttosto un rimpianto di libertà.
Non c’è condanna, né spettacolarizzazione. Malick distilla per sottrazione un’atmosfera rarefatta, tanto più straniante e cruda quanto più calda e avvolta di luce. Il volto adombrato di Martin Sheen regala un fantasma di beat generation mentre Sissy Spacek e Warren Oates completano un cast di assoluto rilievo che include un cammeo dello stesso regista. È l’esordio abbagliante e fondativo di un percorso a tutt’oggi unico.

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