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The New World

lunedì 16 Aprile, 2012 | di Eleonora Degrassi
The New World
Film History
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Mercoledì 18 aprile, rete 4, ore 23.30

Col corpo capisco
“Il fiume conduce lì, conduce anche oltre. Ricominciare, scambiare questa falsa vita con una vera, rinunciare al nome Smith”; queste sono le parole di John Smith/Colin Farrell, quando sbarca nel 1607 in Virginia, alla scoperta del Nuovo Mondo.

The New World, il quarto film, del 2006, di Terrence Malick – dopo La sottile linea rossa, del 1997 -, racconta il difficile incontro tra i colonizzatori inglesi e gli abitanti del nuovo continente. La genesi della Storia americana parte proprio da lì, da quell’amore tanto impossibile quanto affascinante tra il capitano Jonh Smith e la bella indigena, figlia prediletta del capotribù dei Powhatan, Pocahontas/Q’Orianka Kilcher, splendida, alla sua prima apparizione, – porta con sé quella mitologia della principessa oltre le razze di cui tanto si è scritto e si è raccontato – e dall’incontro tra quei due mondi così lontani e inconciliabili, destinati inevitabilmente allo scontro. Malick ci accompagna nel Nuovo Mondo, ci insegna a percepire tutti i suoni della Natura: lo scrosciare del fiume ci culla, ci cheta e ci riempie, i lunghi fili d’erba, solleticati dal vento, ma anche mossi dai corpi adoranti e “donanti” – l’uno all’altro, ma anche alla natura – di John e Pocahontas che in una danza dell’amore, fatta di gesti, di tocchi lievi e di carezze lente, si fondono. L’Uomo e la Donna, stranieri l’uno per l’altra, diventano rifugio, curioso altrove da scoprire e da conoscere profondamente. Quanta poesia, quanta malinconia struggente negli incontri tra i due: la giovane sfiora ogni parte del corpo del capitano, come se le mani fossero l’unica lingua da lei conosciuta, lui di risposta insegna a lei “occhi”, “labbra”, “orecchio”. Conoscersi, capirsi, parlarsi, non tanto con le parole; donarsi e imparare, essere ciò che si è, essere la propria cultura ed insegnarla. Il regista usa il corpo degli attori come strumento musicale che, se sfiorato come cetra, emette una sinfonia dolce e delicata, invece, violenta e feroce (le scene di battaglia tra gli indigeni e coloni), se battuto come tamburo, e fiumi, alberi, erba, come cassa armonica. Pocahontas va oltre i linguaggi, sente e percepisce tutto, vibra di sguardi intensi e pieni di verità, e si fa danza mentre invoca il Sole, la Natura, mentre tocca, sempre con “primitivo” stupore, la corteccia degli alberi, l’acqua del fiume, il corpo dell’uomo che ama, che diventa, terra da dissodare e da perlustrare, semi da interrare e ricoprire. L’indigena parla, usando l’unico linguaggio che ha imparato fin da bambina, quello naturale, addirittura l’incontro, scevro da qualunque malizia, l’intreccio, privo di qualsiasi volgarità, del corpo guizzante di John e quello sinuoso e delicato di lei diventa Natura e viene descritto dalla protagonista con parole che si rifanno a quel mondo: “tu scorri attraverso me, come un fiume”. Elemento fondamentale del film, ma anche di tutto il cinema di Malick, è la voce off: la voce potente e interiore è quella della mente dei protagonisti; non ci sono dunque infrastrutture, solo parole, alle volte interrotte, alle volte complicate, alle volte dolorose, alle volte felici, portate al grado 0, al loro valore semantico. “Donami un cuore umile”, pensieri umani e divini insieme. La giovane ha mente pura, votata alla rinuncia, al sacrificio – “rapita” da quel dio con fattezze umane, “abbandona” il suo mondo – e tutte le sue parole vibrano di desiderio per e di lui, chiedendo continuamente al suo amore di raggiungerla, di stare con lei, di non lasciarla – “vieni amore mio, donaci un solo cuore” -, ma anche invocano perdono per ciò che ha commesso – “Signore, mi sono allontanata da te, non ho ascoltato la tua voce”. L’uomo tenta di abbandonarsi alla Natura, di abbandonare ciò che è, accompagnato dalle tenere mani della sua amata, di diventare un bon sauvage, di dimenticare che è, uomo d’armi e d’azione, ma, alla fine, è sempre e solo un civilizzato uomo del vecchio continente, spinto dalla curiosità e governato dalle ragioni della sua cultura. Forse The New World non è il miglior film di Malick, ma, porta con sé così tante cose da poter solo rimanerne affascinati: l’ancestrale mistero della Natura, lo scontro tra gli indiani, nudi e sinceri, nelle mani e nel corpo e gli inglesi brutali e armati, l’amore tra Jonh e la principessa, silenzioso, gestuale, tormentato, la voce metafisica e poetica, cieli, mai percorsi da occhio umano, “sporcati” da nuvole e da stormi, erba calpestata incautamente, senza danze né rispetto; il regista toglie il velo dal Nuovo Mondo, immergendoci in quel paradiso, incontaminato e perduto, con sentimento e poesia, in una musica senza pari.

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