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La zona morta (1983)

sabato 24 Maggio, 2014 | di Vincenzo Palermo
La zona morta (1983)
Speciale
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SPECIALE DAVID CRONENBERG
Nuovo Umanesimo
L’homo faber post-umano ha il potere di cambiare la storia, grazie al dono di un occhio medianico spalancato tra passato e futuro. Quando il cinema di Cronenberg incontra la penna di Stephen King, gli incubi televisivi di Videodrome deflagrano, come le teste esplose di Scanners, in allucinazioni ucroniche con evidente sottotesto politico.

Tutto parte da involucri e tessuti epiteliali sconnessi, dalle (rel)azioni del corpo-macchina, ingranaggio poliforme e sessuomane scandito da alterazioni metamorfiche. Capostipite assoluto è Il demone sotto la pelle, in cui l’ultracorpo degli “istinti repressi” diventa larva inoculata sottopelle. La liquidità del morbo virale, in Rabid – Sete di sangue, assume le forme di un’escrescenza tumescente nascosta sotto l’ascella di Rose, per poi moltiplicarsi nella covata di mediacritica_la_zona_morta1abambini malefici nel suo horror più classico, Brood. Il 1981 è l’anno delle pulsioni mentali omicide (Scanners), prima che si sviluppino, su schermo, le lobotomie massmediatiche del programma tv via cavo Videodrome. L’organismo umano mutato in videoregistratore e annegato nell’overdose di immagini mortifere placa la sua bulimia meccanocratica nel solido thriller La zona morta, che di cronenberghiano ha soprattutto gli stati allucinatori del protagonista e un delirio paranoico (sovrannaturale e non farmacologico). Johnny Smith, mite insegnante di letteratura, finisce in coma per cinque anni dopo un incidente stradale. Al suo risveglio perde la donna amata, ma acquista una seconda vista che gli consente di leggere il futuro e qualche volta anche il passato. Dopo aver salvato due bambini, scopre il tremendo segreto nascosto dal candidato alla presidenza americana, destinato a scatenare un “atomico” inferno terrestre. Attraverso un’attenta riflessione sul libero arbitrio (è lecito giustiziare un uomo conoscendo in anticipo le sue turpi mosse?), il dramma umano del freak con la luccicanza da una parte mantiene un legame stretto con le ossessioni psichiche di Stereo e Scanners, dall’altra è prosciugato nella forma in cui le esplosioni gore sono centellinate. Sprofondato nelle atmosfere plumbee e nei grigi scenari canadesi, Cristopher Walken – every man messianico che non esita a sacrificare se stesso per il bene collettivo – è il vero effetto speciale del film: enfatico quanto basta e misurato nel dolore, come la Melencolia dureriana china su se stessa, prima di lanciarsi nel tragico atto finale che riscrive la storia americana e mondiale. Dal romanzo omonimo di Stephen King sulla sceneggiatura di Jeffrey Boam, la dolente discesa agli inferi di John, cupa e insieme poetica, si configura come uno degli adattamenti cinematografici più riusciti attinti dall’immaginario kinghiano.

La zona morta [The Dead Zone, USA 1983] REGIA David Cronenberg.
CAST Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom.
SCENEGGIATURA Jeffrey Boam (dall’omonimo romanzo di Stephen King). FOTOGRAFIA Mark Irwin. MUSICHE Michael Kamen.
Horror, durata 103 minuti.

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