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La TV ai tempi della COVID-19

venerdì 31 Luglio, 2020 | di Eleonora Degrassi
La TV ai tempi della COVID-19
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Schermi virali

È difficile narrare un evento epocale. È complicato mostrare, semplicemente informare, perché la notizia si riempie, per forza di cose, di umanità, si infarcisce di vita, bisogna fare i conti con l’emotività e viene meno, così, la notizia tout court. 

Questa è stata la situazione di fronte alla quale si è trovata la tv, nei giorni in cui l’emergenza sanitaria si è abbattuta sul nostro paese, quando la COVID-19 è diventata anche un nostro problema, trasformandosi di lì a poco in pandemia. Un nemico misterioso, sconosciuto, un nemico spaventoso, crudele, la cui narrazione ci è giunta prima dalla Cina, drammatica ma lontana e, per questo, meno potente. Sembra più facile raccontare qualcosa che non riguarda, qualcosa che non ammala i figli, i fratelli, i padri della propria nazione, mandare i propri corrispondenti lontano, dove si parla un’altra lingua, dove c’è un altro fuso orario, dove i morti sono degli altri e meno gravosi da sopportare. È disumano solo pensarlo, ma, purtroppo, spesso sembra essere questo il pensiero di molta stampa, che è solita dare una nazionalità, un genere, un’età alle vittime delle grandi tragedie, come se questi elementi potessero cambiare qualcosa. Tutto cambia quando arriva la notizia: il primo caso autoctono in Italia, il 21 febbraio 2020, con un nome, una famiglia, una storia; e, così, la televisione deve correre ai ripari, plasmarsi e piegarsi a questa emergenza, dovrebbe trovare un linguaggio, una grammatica, un alfabeto.

La paura – per lo sconosciuto -, l’inadeguatezza – per un argomento che è una nebulosa -, l’imbarazzo – perché all’inizio si è tentato di andare avanti nonostante tutto – sono gli elementi che caratterizzano i primi giorni, le prime settimane, anche forse l’intero, interminabile periodo. Prorompono sul piccolo schermo le grandi questioni, i numeri, le conferenze stampa, le mascherine, i guanti, i tutorial su come indossarli, i sindaci, i presidenti di regione e, incredibilmente, quello che ci appare è un mare magnum indifferenziato, a parte qualche caso isolato – ad esempio, l’ultima puntata di Piazza Pulita, che ha realizzato un’inchiesta su quelle giornate. Emergono pericolosamente più i risultati del giornalismo minore, pigro, che non si pone le domande giuste, che non studia, non si informa, bisognoso di un nemico fisico da combattere. Il coronavirus è paurosamente smaterializzato, mentre l’essere umano ha bisogno di combattere contro qualcosa e, così, nelle varie fasi della pandemia, il mostro ha preso varie sembianze, modificandosi di fronte ai nostri occhi. La nascita del virus, mascherine sì, mascherine no, guanti sì, guanti no, la movida – i teleobiettivi che non sempre, ma a volte, giocano con le proporzioni, per mostrare una pseudo-realtà – sono solo alcuni dei “virus” verso cui il giornalista inconcludente e mediocre si scaglia, come fosse l’uomo del Mito della Caverna platonica, accontentandosi di vedere le ombre della notizia invece che la notizia stessa. Questi “orchi” diventano perno narrativo, generatori di contenuti e di scrittura di un intero servizio, di un intero programma.

Ci sono modi e modi per dare alla comunità tali notizie, una fotografia di ciò che si sta delineando, serve uno sguardo analitico capace di abbattere i muri e portare a galla le falle, uno sguardo empatico e umano in grado di entrare in punta di piedi nelle storie di chi ha dovuto e deve ancora fare i conti con la COVID-19. La televisione italiana, invece, si è dimostrata spesso non all’altezza, incapace di informare. Lo spettatore è precipitato in un circo di opinionisti più o meno preparati a raccontare, è piombato in un gorgo fatto di politici, colti il più delle volte in balbettii, segno della loro ottusa e boriosa incompetenza, di virologi, infermieri, medici che si sono messi a disposizione, per rispondere alle domande, inevitabilmente e comprensibilmente sempre le stesse. Sono le scelte editoriali a costruire la poetica e il linguaggio del programma, sono le domande del conduttore, dell’intervistatore, del giornalista a fare le risposte, sono i servizi a indirizzare lo spettatore e a “costruire” il suo pensiero. La differenza tra i produttori di notizie false e quelli che invece fanno semplicemente il loro lavoro si fa ancora e sempre più evidente. Se, da una parte, i programmi pomeridiani cercano, come degli sciacalli, di cogliere le storie più dolorose, dall’altra, invece, c’è chi tenta di andare sulla notizia. Roberto Burioni, Ilaria Capua, Maria Rita Gismondi, Giulio Tarro, Silvio Brusaferro e gli altri diventano compagni delle nostre giornate, numi tutelari di una nuova religione. Le storie delle vittime, i racconti di chi negli ospedali c’è stato, o da paziente o da addetto ai lavori, diventano le note della quotidianità, la conta di chi non ce l’ha fatta è un pensiero fisso; il virus si è annidato nei discorsi, nei pensieri, nelle scalette televisive: è impossibile parlare d’altro. I programmi si tingono di colore diverso e, a poco a poco, vediamo comparire sullo schermo i dispositivi di protezione, il distanziamento sociale, e ciò che viene mostrato diventa copia di ciò e di come lo spettatore vive. Si cambia la costruzione, la grammatica, il linguaggio, gli studi si svuotano del pubblico e gli ospiti si connettono dalle loro case. Il coronavirus è stato qualcosa di inaspettato e violento, se la legittima e iniziale ignoranza su come narrare questo momento può essere comprensibile, non si era preparati – da sottolineare proprio per questo i vari inciampi di Mentana che, pur abituato alla narrazione, è caduto in più di qualche occasione -, non lo è poi, quando bisogna decidere la strada da prendere. Ci sono due scelte, da una parte, i talk che solitamente interrogano la politica, la destrutturano per comprenderne i linguaggi, i perché, che fanno la stessa cosa con il virus, decostruendolo, tentando di comprenderne l’eziologia, la trasmissione, la carica infettiva. Dall’altra parte, ci sono i contenitori che ambiscono a unire intrattenimento e informazione, in cui si incontrano “colore” – la virale Barbara D’Urso, che “orgogliosamente” insegna al suo pubblico a lavarsi le mani – e informazioni, date con l’imprimatur di verità – Alessandra Mussolini guerreggia con un virologo, insistendo sulla teoria complottista all’origine del virus -, generando un mix pericoloso.

È impossibile rimanere intrappolati in una bolla mortifera di numeri, dati, sintomi, non si può vivere solo di “storiografia” e di Annali scritti da novelli Erodoto. C’è la necessità di “respirare”, la tv avrebbe dovuto essere consolatoria, non solo “educativa”, avrebbe dovuto intrattenere – ottimo esempio rimane quello di Propaganda Live -, uno dei suoi scopi principali, perché c’è bisogno anche di sorridere, di pensare che una normalità, o pseudo tale, possa esistere. Repliche di programmi, messa in onda di film e di saghe, in una stanca coazione a ripetere, diventano modo per anestetizzare il pubblico, senza puntare ad accompagnarlo in quelle lunghe serate. Non è un caso, appunto, che a rimanere in onda siano Grande Fratello Vip, Amici e Uomini e donne, a dimostrazione di quanto la tv sia spesso superficiale, poco originale e abbia perso il suo valore di “luogo” attorno a cui stringersi per sentirsi meno soli. Ad assolvere questa funzione, invece, sono state le piattaforme, i social che hanno intrattenuto, divertito, fatto riflettere. Ancora una volta, però, la tv è diventata specchio di ciò che siamo, delle paure, delle angosce, delle ignoranze, come una cartina di tornasole ha dimostrato la stessa inadeguatezza di molti politici; ciò che rimarrà nella memoria saranno due immagini, che non devono essere raccontate, ma semplicemente mostrate, per la loro potenza: due uomini, il Presidente della Repubblica e il Papa, camminano l’uno verso l’Altare della Patria, l’altro in Piazza San Pietro. Desolati e persi, nella “notte”, con la mascherina, nei luoghi più rappresentativi della nostra Storia, vuoti, sono il migliore racconto possibile, un’istantanea struggente, la rappresentazione del nostro sentimento collettivo, del senso della perdita e della solitudine che, in quel momento, erano proprie di tutta Italia.

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