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Voglio la testa di Garcia (1974)

giovedì 10 Novembre, 2011 | di Matteo Quadrini
Voglio la testa di Garcia (1974)
Film History
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Tante volte la speranza di un guadagno ha già perduto gli uomini
“Mai ebbe corso consuetudine tanto deleteria come il denaro, che rovina la città, che scaccia gli uomini dalle loro case, che ammaestra e volge al male le menti degli onesti, incitandoli a vergognosi misfatti: è il denaro che insegna ogni delitto, ogni empietà. Ma quanti per lucro si macchiano di questi crimini, ne pagano presto o tardi il giusto prezzo” (Antigone, Sofocle).

Così potrebbe iniziare Voglio la testa di Garcia, o così potrebbe concludersi. Con una frase di quasi duemilacinquecento anni fa eppure attuale, attuale per Sam Peckinpah. Tra Sofocle e Peckinpah ci sono molte differenze, ma entrambi hanno un istinto esistenziale comune che trasfondono nelle loro opere d’arte: entrambi credono nella tragedia dell’uomo, abbandonato a colpe che non può condividere con nessun altro. L’individuo tragico in cui credeva Sam Peckinpah, il solo che si ripete film dopo film, è anche il solo che il regista ha voluto rappresentare, forse perché amaramente si rifiutava di conoscerne altri. Peckinpah credeva al perdente puro, un cavallo di razza non raro che è cresciuto soltanto nella mediocrità e non se l’è più tolta. Sul perdente puro di solito albeggia una possibilità di riscatto materiale, in denaro; questo riscatto materiale lo invoglia a riprendere in mano frasi come “cambiare la vita”, ma il cambiamento gli sfugge poiché il riscatto materiale soffoca gli ultimi residui di moralità rimasti. Almeno fino a quando uno scatto improvviso di orgoglio e altruismo conduce l’antieroe a un gesto imprevisto, ad abbandonare la possibilità del bene materiale per ottenere un riscatto esistenziale, il riscatto esistenziale che non attendeva e che sarà effimero. Tutti i film di Peckinpah, chi più chi meno, sono i resoconti di questi resoconti disperati. Voglio la testa di Garcia è ambientato nel presente, soprattutto in un Messico squallido, tanto povero quanto degradato, ma prologo ed epilogo sembrano svolgersi in uno scenario che è la prosecuzione del West di inizio ‘900, in magioni in cui il tempo sembra essersi fermato alle legge del capo che comanda su una comunità cattolica. Ma il protagonista del film è Bennie, non Garcia. Bennie è un pianista americano che ha messo le radici nel Messico e ama Elita, una prostituta che ha un debole per Garcia. Sulla sua vita non ci sarebbe altro da aggiungere, ma poi viene a sapere che portando la testa di Garcia, morto da poco, può ricevere diecimila dollari e rifarsi un presente. Dissacrare i morti però genera una spirale di distruzione e autodistruzione che crescerà inesorabilmente, come per effetto di una maledizione, in un finale che è tra i momenti più alti del cinema di Peckinpah. Voglio la testa di Garcia è l’unico film “veramente” di Sam Peckinpah. L’unico che poté gestire evitando i tagli, le manipolazioni dei produttori, quei produttori con cui il regista ha sempre dovuto scontrarsi per piegare Hollywood a una narrazione moderna, mai persa nell’illusione di felicità. Forse per questo è il suo film più libero anche stilisticamente, dove si fondono alcool, musica messicana, violenza e sesso intesi come fenomeni naturali senza le allusioni o i biasimi morali cari al cinema classico, filmati senza nemmeno cercare la poesia ma la naturalezza, e portanti quanto una sequenza di confessioni sotto un albero. Dentro Voglio la testa di Garcia c’è una nozione di cinema postwestern che racchiude il film d’azione e quello on the road; un cinema esagerato e immenso, che in fondo non fa altro che esasperare più che evolvere ciò che hanno raccontato i precedenti film di Peckinpah (questo forse è il suo unico limite), ma con una dolenza di forme e contenute tali che è impossibile non scambiarlo per il manifesto della poetica del regista.

Voglio la testa di Garcia [Bring Me the Head of Alfredo Garcia, USA/Messico 1974] REGIA Sam Peckinpah.
CAST Warren Oates, Kris Kristofferson, Isela Vega, Helmut Dantine, Robert Webber.
SCENEGGIATURA Sam Peckinpah, Gordon Dawson. FOTOGRAFIA Alex Philips Jr. MUSICHE Jerry Fielding.
Drammatico/Azione/Thriller, durata 112 minuti.

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