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Vogliamo i colonnelli

lunedì 23 Gennaio, 2012 | di Lisa Cecconi
Vogliamo i colonnelli
Film History
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Sky Classics, giovedì 26 gennaio, ore 8

Quando i buffoni fanno sul serio
Come definire la rocambolesca impresa dell’Onorevole Tritoni? Un colpo di stato? Lui ci tiene a chiamarlo così. Una buffonata? Forse. “Ma anche la marcia su Roma era una buffonata, poi però…”.

A tre anni dal tentato golpe Borghese, Mario Monicelli dirige un film che lo ricorda da vicino, con un Tognazzi fascista meno ingenuo del Gavazza interpretato per Dino Risi (La marcia su Roma, 1962). Deputato di estrema destra nell’Italia degli anni ’70, l’On. Tritoni è anzi infido e maneggione, tutto preso dall’organizzazione di un novello colpo di stato al fine di instaurare un regime militarista. Nell’incalzare di una cronaca serrata, il piano segreto prende corpo indisturbato, tanto minato dall’incompetenza dei suoi fautori quanto assistito dal ritardo nell’intervento delle istituzioni.
Con Vogliamo i colonnelli (1973) Monicelli porta al Festival di Cannes un ritratto corrosivo della politica italiana, avvalendosi del talento dei fedeli Age&Scarpelli. Oltre all’esplicito riferimento all’ex comandante della Decima MAS è impossibile non notare le affinità tra il partito di Tritoni e l’MSI-DN di Giorgio Almirante, tra il ministro degli interni e la figura di Giulio Andreotti, nonché le assonanze (non solo) nominali tra l’On. Ferlingeri e Berlinguer o tra il professor Pube e  il professore Armando Plebe, un tempo filosofo marxista poi senatore per lo stesso MSI. L’elenco potrebbe continuare – per esempio con il presidente del tutto simile ad Antonio Segni – ma la vera forza del film non sta tanto nella corrispondenza, peraltro spassosa, dei personaggi, quanto nella capacità, tutta monicelliana, di una satira lucida e straordinariamente calzante anche nell’uso di un registro grottesco. Il nostalgico trionfalismo della destra neofascista (“un grande passato è nel nostro futuro”) e la pigra apatia della sinistra arricchita, la discutibile gestione dell’informazione e l’inettitudine patologica di uno Stato gerontocratico popolano un affresco di inquietante attualità, con una pregnanza che scavalca di gran lunga la malandata satira contemporanea.
La scalcinata banda di Tritoni- per certi versi memore de L’armata Brancaleone– annovera capi e capetti tronfi e patetici, fanatici di slogan sconnessi e irrigiditi in una vociante pretesa di virilità. In mezzo alla congerie dei politicanti, impegnati a discutere su “l’uguaglianza giusta tra individui eguali” e sulla “libertà che il ricco resti ricco e il povero, povero”, Tognazzi trotta e sgambetta con una performance travolgente, regalando un Tritoni caparbio e stazzonato, energico come Il federale di Salce (1961), toscano come il Mascetti del successivo Amici miei (1975). Il dinamismo vibrante dei carrelli che ne tallonano il continuo affaccendarsi si alterna ai primi piani degli intrighi sussurrati, per poi allargarsi nei totali impietosi, brulicanti di azioni sgangherate. Le musiche di Carlo Rustichelli scandiscono la rovinosa ascesa militare – appoggiata dalla greca dittatura dei colonnelli – alla volta di uno Stato ancora più maldestro e impreparato. L’obiettivo ha un che di profetico: impossessarsi delle televisioni per indottrinare il popolo italiano. Vi ricorda qualcosa?

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