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Hard to be a God

sabato 1 Ottobre, 2016 | di Marco Longo
Hard to be a God
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Anche un dio può stancarsi
«Ho capito che Dio è crepato. Ha trascinato questo fardello finché poteva, poi con il moccio al naso è crepato: cos’altro avrebbe potuto fare?». Poche, lapidarie parole, pronunciate nel cuore di Hard to be a God, dalle quali è forse possibile partire per orientarsi di fronte a un film ingombrante, incontenibile, di doloroso magnetismo, capace di radicalizzare fino al consentito quella miscela di forme e contenuti che della rappresentazione fanno l’autentica creazione di un mondo altro.

Il capolavoro postumo di Aleksey German è un progetto agognato dal regista fin dagli inizi di carriera, che si è potuto realizzare, potremmo dire emblematicamente, soltanto al suo traguardo, dopo una produzione esigua ma sempre memorabile: ispirato dall’omonimo romanzo dei fratelli Strugackij (gli stessi di Stalker), Hard to be a God si spalanca fin dalla prima immagine su un universo parallelo, mediacritica_hard_to_be_a_god_290simile in tutto alla Terra ma, come recita una voce narrante d’apertura, indietro per così dire di 800 anni rispetto al nostro presente, in un tempo e in una cultura che potrebbero sembrare medievali, anzi ormai rinascimentali, ma dove l’uomo ha perso ogni capacità di dominare l’esistente con la propria azione, la parola e lo sguardo. Nel fulgido bianco e nero che incastona una scenografia quasi inconcepibile per la cura del dettaglio e che dice, letteralmente, del tempo che l’ha attraversata, i piani sequenza di German raccontano di un mondo collassato, dove lo scienziato Rumata, che vive come un principe e da tutti è considerato una sorta di divinità, tenta invano di alimentare un’idea di progresso mentre tutt’intorno, incontenibili, dilagano i vortici disumani di una vera e propria apocalisse, macchiata da contese insensate e feroci, che non a caso culminerà in una strage. Non basta il quadro diegetico a restituire la dimensione del film perché, complice un uso della macchina da presa a metà tra strumento esplorativo e oggetto riconosciuto dagli stessi personaggi, quasi coincidesse con gli occhi di un animale capace di vagare nello spazio ma incapace di comprenderlo, il racconto s’insinua percettivamente nella coscienza dello spettatore per l’impasse insostenibile che lo abita: tutta la vita del film è immersa in una consistenza fangosa, dove a contare più delle parole sono gli umori naturali, l’onnipresente fango, l’acqua contaminata, i muchi colanti e gli sputi, i conati e la merda con cui l’uomo convive, distinguendola a malapena da ciò di cui si nutre. La dimensione allegorica è forte, e legittima l’ipotesi che il film, nell’incosciente coazione a ripetere delle figure che lo abitino, rifletta lo stallo della civiltà e della Storia, una versione violentemente scatologica di un contemporaneo globalizzato, dove la connessione diventa costrizione, ma l’uomo non sa più cosa fare della vita, e ride, e affoga nel fango, e si perde per sempre. In questo luogo, anche un dio può stancarsi.

Hard to be a God [Trudno byt bogom, Russia 2014] REGIA Aleksey German.
CAST Leonid Yarmolnik, Aleksandr Chutko, Yuriy Tsurilo, Evgeniy Gerchakov.
SCENEGGIATURA Aleksey German, Svetlana Karmalita. FOTOGRAFIA Vladimir Ilin, Yuriy Klimenko. MUSICHE Viktor Lebedev.
Fantascienza, durata 177 minuti.

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