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Trainspotting (1996)

sabato 25 Febbraio, 2017 | di Teresa Nannucci
Trainspotting (1996)
Speciale Stupefacente
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SPECIALE STUPEFACENTE
L’importante è scegliere. O forse no.
Renton, SickBoy, Spud e gli altri protagonisti di Trainspotting sono amici accomunati dalla passione per quella che definiscono più o meno coscientemente come una “non scelta”, ovvero l’eroina. Quando Mark decide per l’ennesima volta di smettere di farsi, la realtà dei fatti e le dinamiche degli amici che si muovono intorno a lui si dispiegano con rinnovata forza, mettendo continuamente in dubbio la sua risoluzione a pulirsi. Più di tutti e di tutto, però, pare essere la vita stessa a mettere i bastoni tra le ruote ai ragazzi nella loro lucida quotidianità.

Danny Boyle si mette alla prova, nel suo secondo lungometraggio, con la psichedelia subdola dell’omonimo romanzo di Irvine Welsh, giocando su toni vivaci e un montaggio sincopato e aritmico. Le immagini così costruite sono accompagnate da un repertorio musicale che crea un ponte sensoriale tra gli anni ’90 che appaiono sullo schermo e gli anni ’70 che rivivono nella decadenza dei personaggi.mediacritica_trainspotting_290 Boyle tenta, riuscendoci alla perfezione, di disturbare lo spettatore, di urtarne le sensazioni prima ancora che il senso civile di cui è permeato. Presentato in concorso al Festival di Cannes 1996, Trainspotting trova la sua vera forza nella concezione, per la verità già propria del libro da cui è tratto, di mostrare la droga sotto un aspetto diverso rispetto alla retorica classica. Senza dubbio vengono ostentati il patetismo e la volgarità proprie di dipendenze come quella dall’eroina e nemmeno si cerca di sviare il discorso con esaltazioni comiche e macchiettistiche come succede in altre opere dedicate all’argomento (basti pensare a Paura e delirio a Las Vegas). Qui, l’idea che esce è messa bene in chiaro fin dalle prime battute, quando la droga viene definita come una scelta consapevole e coscienziosa, una scelta al limite dell’esistenzialismo che si afferma nel rifiuto di affrontare problematiche banali e vacue come quelle che la quotidianità ci mette di fronte. La tossicodipendenza diventa una scelta sincera e onesta, che lucidamente decide di concentrare le capacità intellettuali dei soggetti verso la fuga da se stessi e dal mondo esterno, troppo impegnato a puntare il dito contro tutti, compresi coloro che restano abbindolati dal potere della droga. Anche perché “Nessuno dice quanto sia piacevole, altrimenti non lo faremmo: non siamo mica stupidi. Almeno non fino a quel punto”. Con questa limpidezza di pensiero e con una luminosità a tratti straniante, si prendono anche le distanze dai torbidi racconti tipici non solo della narrativa scozzese e britannica (si pensi per esempio a This is England), ma della tossicodipendenza in generale. Il risultato alla fine del film è che, effettivamente, di fronte a molti degli affanni quotidiani, lo spettatore è pronto a chiedersi “Perché?”.

Trainspotting [id., Gran Bretagna 1996] REGIA Danny Boyle.
CAST Ewan McGregor, Robert Carlyle, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Kevin McKidd.
SCENEGGIATURA John Hodge (tratta dal romanzo Trainspotting di Irvine Welsh). FOTOGRAFIA Brian Tufano. MUSICHE Damon Albarn, Bedrock.
Drammatico, durata 94 minuti.

One Comment

  1. Kensington says:

    Decisamente, clamorosamente superiore al sequel! Ma cos’è venuto in mente a Danny Boyle, dopo 20 anni…

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