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Comete e asteroidi

mercoledì 23 Dicembre, 2020 | di Eleonora Degrassi
Comete e asteroidi
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Il terrore viene dallo spazio
È stato l’anno della cometa C/2020 F3, meglio conosciuta come Neowise, dal nome del telescopio spaziale WISE che l’ha scoperta. Visibile ad occhio nudo tra fine luglio e i primi giorni di agosto, ci ha regalato uno spettacolo memorabile e raro da osservare nella vita di un uomo. Un oggetto meraviglioso, narratore di storie che arrivano da lontano, nel tempo e nello spazio. 

C’è un’immagine ricorrente nei film che trattano di comete e asteroidi: la gioia iniziale nel vedere la magnificenza di quella coda luminosa e, subito dopo, il terrore per la tragedia che sta per materializzarsi. Il cinema è stato più che altro attratto dagli scenari catastrofici che, quasi sempre, hanno surclassato l’interesse scientifico e lo stupore per l’evento in sé.

L’esempio più recente è Greenland (Rick Roman Waugh, 2020), ennesimo disaster movie che racconta l’arrivo di una cometa sulla Terra quando ormai è troppo tardi, dal momento in cui si può solo essere spettatori di distruzione e morte. L’angoscia di non esserci più, di perdere tutto implode ed esplode come una bomba tra le strade della città, tra chi alla radio sente la notizia, nei laboratori della NASA, nelle stanze dei bottoni. Assistiamo all’ultimo tentativo di un uomo che fa di tutto per salvare la propria famiglia e trovare un modo per sopravvivere, mentre intorno la terra si squarcia e sprofonda e la natura si ribella.

Il film con Gerard Butler – che incarna il protagonista – utilizza situazioni, personaggi e schemi già usati nel cinema di riferimento, sicuramente più fantascientifici che interessati alla scienza, materializzando nella cometa la paura umana per ciò che è più grande di noi e non conosciamo. Nel 1931, Abel Gance con il suo La fine del mondo aveva portato sul grande schermo una grande fobia, ciò che sarebbe potuto accadere alla notizia della fine del mondo: il cataclisma che scuote la società mette in atto due movimenti, da una parte il pentimento (cristiano), sociale e individuale, dall’altra la ricostruzione di un nuovo mondo con altre dinamiche e ideologie. Sono questi i cardini del primo film politico e rivoluzionario per il genere che combina deformazioni visive, lenti anamorfiche e sonoro. Quest’opera ha poi dato il via ad una serie di titoli che hanno declinato a seconda del periodo storico e culturale un proprio percorso, tra film d’autore o mainstream. Se nel passato La morte viene dallo spazio (1958), La meteora (è) infernale (1957), c’è L’invasione dei mostri verdi (1963), Il fango verde (1968) e si prova un Brivido (1986): fin dai titoli è chiaro che in tutti i film intorno a meteore e comete “il terrore viene dallo spazio profondo”!

Il cinema declina il tema come horror catastrofico, film politico (si pensi a Meteor, Ronald Neame, 1979), film in cui i meteoriti sono vettori di specie aliene e sta all’uomo sconfiggere il “nemico”. Mentre la scienza studia, analizza, conteggia, le pellicole mostrano, in modo più sensazionalistico, come i personaggi riescano a superare quell’evento organizzando missioni, costruendo piani alternativi, piegando la scienza in modo da renderla più accessibile a chi guarda. Si pensi a due titoli dello stesso anno, Armageddon (Michael Bay, 1998) e Deep Impact (Mimi Leder, 1998) – che di scientifico hanno pochissimo – in cui si celebra da una parte l’eroismo di un uomo che si sacrifica per l’umanità e per la propria figlia – il padre Bruce Willis lascia tornare a casa il ragazzo della figlia, Ben Affleck, morendo lui, al suo posto, durante la missione – mentre dall’altra parte, tra maremoti che distruggono grattacieli e strade che implodono, l’umanità trova una possibilità/un luogo dove rinchiudere i migliori per salvarli e ripopolare la nuova Terra. 

In Cercasi amore per la fine del mondo (Lorene Scafaria, 2012), un uomo e una donna, dopo la notizia dell’imminente fine, rivedono i loro errori e decidono di chiedere scusa a chi hanno fatto soffrire, per riscattarsi dal proprio passato. In Another Earth (Mike Cahill, 2011) una giovane donna per riabilitarsi pensa ad una vita alternativa ed imitativa sull’altra Terra, un doppio in cui tutto è possibile, gli errori non sono errori e la perdita non è perdita. Se è d’autore, la pellicola inevitabilmente usa altri schemi, lavorando con una poetica differente e un immaginario più sofisticato. Tutto si trasforma in una lunga, esistenzialista e melanconica preghiera, fatta di immagini potenti e immaginifiche, come in Melancholia (Lars von Trier, 2011) dove, con un racconto tripartito (prologo, Justine, Claire), si alternano lo spazio siderale (sole, cometa) alle storie dell’umano, costituito da corpi, relazioni, disperazione. Oppure la narrazione dell’ultimo giorno si fa carnale e apocalittica, come in 4:44 – Last Day on Earth (Abel Ferrara, 2012), traducendosi in un abbraccio lungo, in litigi via Skype, amplessi e visioni di telegiornali. Ferrara realizza un film in digitale, lasciato andare come un flusso di coscienza, mostrandoci dolore e rassegnazione di chi sa che non può cambiare il corso delle cose.

Mentre tutto esplode, crolla, all’uomo e alla donna in questo cinema non resta che guardare il triste spettacolo, restare ammaliati da quella palla di fuoco e detriti che sta per colpire la Terra. Poco importa se la scienza è esatta o meno, se il film costruisce pedissequamente ciò che avviene durante una missione spaziale, nel momento dell’impatto, perché è l’oggetto misterioso a indirizzare il racconto in un senso o in un altro, a creare mondi, a diventare epicentro di tutto.

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