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Venezia72: la faccia triste dell’America

mercoledì 16 Settembre, 2015 | di Andrea Bosco
Venezia72: la faccia triste dell’America
Editoriale
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Ripensando a posteriori alle profezie, maliziose o no, formulate da Alberto Barbera a pochi giorni dalla cerimonia d’apertura su chi avrebbe presto rappresentato “la locomotiva del cinema” dopo un decennio trainato dall’Estremo Oriente, l’apoteosi sudamericana decretata a Venezia72 da una mai unanime Giuria di Messico e nuvole era forse la conclusione più prevedibile di una Mostra impegnata sin dall’inizio a disinnescare i suoi vincitori plausibili: né l’odissea cronospaziale di Aleksandr Sokurov, autentico, definitivo testamento del secolo appena trascorso, né l’autopsia istituzionale effettuata da Amos Gitai sull’Israele del presente, né la Terrena Commedia a tre Inferni di Zhao Liang, ambasciatori inascoltati di un Cinema Altro in netta contrapposizione con la semplicità della pura fiction che ha colonizzato la sezione principale, sono mai stati presi in seria considerazione per il Palmarès.

Al loro inviolabile posto, si afferma l’immagine programmatica di un’America Lat(r)ina tutta degrado e niente eldorado, insediatasi generosamente sugli scalini più alti di un podio forzatamente anticonformista e de-autorizzato: come motiveremo, da qui a dieci anni, il Leone d’Oro a Desde allá, film bello e superfluo, senza tirare in ballo analisi geopolitiche? 
In che cosa è consistita la peculiarità registica di un onesta pellicola di genere come El clan? 
E perché, a fronte del Cinema a cuore aperto e sui generis di Laurie Anderson e di Giuseppe Gaudino, cedere al bluff del vuoto pneumatico e – è il caso di dirlo – bamboleggiante di Anomalisa? 
Nulla da ridire, invece, sui riconoscimenti riservati agli attori: se la Coppa Volpi, meritatissima, assegnata a Fabrice Luchini vale anche come puntuale riscatto per uno dei più sottostimati giganti della produzione d’Oltralpe, il bis di Valeria Golino a trent’anni da Storia d’amore ci ha restituito un’interprete maiuscola da troppo tempo confinata ai margini dell’impero che oggi può inaugurare la sua seconda giovinezza, e il Mastroianni al quattordicenne Abraham Attah, unico valore aggiunto dello stantio Beasts of No Nation, suona come il giusto salvataggio da una voragine.
Fra decani disorientati (Bellocchio dalle proprie ossessioni, Skolimowski dal proprio effettismo), commercialate fuori contesto (le leziosità di The Danish Girl e, ancor peggio, i giacimenti di ridicolo involontario di Equals) e periferie accessorie (l’Outback australiano delle gratuità hyperlink di Looking for Grace, il Sudafrica come moderno Far West dello sconfortante fallimento di The Endless River), Venezia72 è caduta immediatamente preda del proprio squilibrio e di una pesante crisi di identità, incerta fra il coraggio del minimalismo (gli eccellenti doc di Wiseman, Maresco, Loznitsa e Pannone, tutti Fuori Concorso) e la mediocrità delle proprie ambizioni internazionaliste (il gran rifiuto di Zemeckis, sostituito da blockbuster insulsi come la penosa première di Everest e Black Mass).
Da dove partirà, alla luce di queste défaillances, Venezia73?
Da lontano, si spera.

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