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Testimone d’accusa (1957)

giovedì 12 Luglio, 2012 | di Giulia Zen
Testimone d’accusa (1957)
Film History
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Hollywood dalle uova d’oro
Nel 1933 l’estro di Agatha Christie dà alla luce la commedia Testimone d’accusa. Ventiquattro anni più tardi, Billy Wilder porta la pièce teatrale sul grande schermo, confezionando quella che, secondo la scrittrice, rimane la migliore trasposizione cinematografica di una sua opera.

Come darle torto. L’incetta di premi e nomination collezionati all’epoca (tra Oscar, Golden Globe, Premi Bafta e David di Donatello) già di per sè la dice lunga sull’eccezionalità di questa pellicola, anche se naturalmente una statuetta non è necessariamente sinonimo di qualità. L’eclettica filmografia wilderiana saltella continuamente dalle commedie brillanti e all’apparenza frivole al noir/poliziesco, fino al dramma impegnato. Il film in questione, ad esempio, entra in scena solo pochi anni dopo le commedie Sabrina (1954) e Quando la moglie è in vacanza (1955). Era dai tempi di La fiamma del peccato (1944), una della sue firme più significative, che Wilder non si cimentava con il thriller, dando prova di un’eccezionale versatilità. Analizzare le peculiarità della sua regia (prevalenza d’interni, contrapposizione tra luci e ombre, forte caratterizzazione dei personaggi, smascheramenti) risulterebbe decisamente superficiale – soprattutto nel caso di un film girato più di cinquant’anni fa e di un regista studiato e sviscerato in saggi, volumi, monografie. Il plus ultra di quest’opera si configura come un antidoto alla rappresentazione classica del genere: un avvocato prende a cuore la causa di un imputato che egli crede innocente, trova sconcertanti prove a suo favore e quest’ultimo viene così dichiarato non colpevole. Certo, fino alla fine questa sembra la linea narrativa del film. Lo spettatore impara ad innamorarsi del personaggio, così autorevole, onesto ed incredibilmente simpatico – soprattutto nei tête-à-têtes con l’infermiera – e fino alle fine crede ciecamente in tutto quello che egli pensa e fa. Charles Laughton e Marlene Dietrich ci intrappolano mirabilmente con la loro interpretazione, e giusto un attimo prima di chiudere il sipario, la piramide narrativa crolla. Tutte le nostre certezze e quelle dell’amato protagonista, nel quale ci siamo identificati fino a quel momento, vengono spazzate via. Quasi come se i personaggi fossero quelli “in cerca d’autore” di pirandelliana memoria, si impazzisce tentando di focalizzare il confine tra realtà e finzione. Non a caso il cinema di Wilder è stato definito “il cinema del travestimento”, una sorta di “vi ho fregato” celato in ogni pellicola. Se nella vita normale l’inganno è una cosa che ci irrita e ci disturba, nel cinema è ciò che ci fa amare così incondizionatamente autori come Billy Wilder.

Testimone d’accusa [Witness for the Prosecution, USA 1957] REGIA Billy Wilder.
CAST Tyrone Power, Marlene Dietrich, Charles Laughton, Elsa Lanchester.
SCENEGGIATURA Billy Wilder (tratta dall’omonimo racconto di Agatha Christie). FOTOGRAFIA Russell Harlan. MUSICHE Matty Malneck, Ralph Arthur Robert.
Thriller, durata 116 minuti.

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