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Teatro in TV

sabato 26 Dicembre, 2020 | di Andrea Moschioni Fioretti
Teatro in TV
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Per perdere noi stessi
Ad ogni Arte il suo spazio, affermazione vera fino all’arrivo della pandemia che ci ha forzatamente privato dello spettacolo dal vivo e del nostro amato cinema. Numerosi film sono arrivati nelle piattaforme di streaming, alcuni Teatri hanno reso disponibili sul proprio sito spettacoli di repertorio, attori e maestranze hanno partecipato a tavole rotonde nel web o si sono fatti promotori di iniziative di varia natura, in contemporanea con musicisti che hanno “offerto” alla platea virtuale concerti e performance. In attesa della “Netflix della Cultura” tanto sbandierata dal ministro Franceschini e dal MIBACT su cui si nutrono, giustamente, tante perplessità, come si sta invece muovendo la televisione? 

Premetto che il mio pensiero è “viziato”, dato che lavoro per una realtà teatrale e quindi conosco bene il contesto, ma seppur con alcuni momenti felici e azzeccati il teatro in tv non riesce a fare una bella figura. Un buon riscontro di pubblico con un apparato calzante sono state le aperture di Stagione, andate in onda rispettivamente su RAI3 e RAI1, di due tra i più blasonati Teatri italiani:

il Teatro dell’Opera di Roma con Il barbiere di Siviglia rossiniano e il Teatro alla Scala di Milano con A riveder le stelle. Il primo esempio è stato impreziosito dalla regia di Mario Martone e da uno sfruttamento della sala teatrale al massimo delle sue possibilità, incastonando il cast dell’opera, con una logica registica rara, tra le poltrone della platea in continuo dialogo con il palcoscenico, mentre lo zibaldone operistico (con arie tratte da Puccini, Rossini, Wagner e Verdi, per citarne alcune), a firma di Davide Livermore, ha ovviato alla mancanza di pubblico “occupando” tutto il Teatro fin dalle sale prove e i foyer. Vuoi per la natura dei progetti con padroni la musica e la recitazione dei cantanti, vuoi per la tradizione già sfruttata in tv in altri momenti, come ben sa RAI5, in questi due casi la televisione di Stato ha offerto un vero servizio pubblico, permettendo di conoscere ad un pubblico disattento pagine epocali della nostra tradizione musicale e operistica. Due lezioni ammirevoli su ciò che vuol dire “mostrare il teatro in tv”. 

Cosa che invece sta fallendo nella trasmissione fortemente voluta da Stefano Massini, attore e drammaturgo ormai conosciuto ai più, Ricomincio da RaiTre, un tentativo di dar voce a quegli artisti che ormai da quasi un anno non possono esibirsi sul palcoscenico. Massini è l’emblema della crisi del teatro in Italia: autori/attori noti perché “sanno stare in tv”, ma che in realtà non rappresentano tutto il teatro. Vero, è pur sempre una prima serata e quindi c’è bisogno di facce note, ma un po’ di sperimentazione non sarebbe guastata: ad oggi solo l’intervento di Marta Cuscunà ha dato qualche speranza in tal senso. Accompagnando gli spettatori tra le molteplici forme dello spettacolo, tra cui anche il ballo, Massini e la co-conduttrice Andrea Delogu cercano di fare un nobile lavoro ma in realtà, se si vede chi sale ogni puntata sul palco del Sistina, si capisce che il tutto è confezionato per far lavorare amici, artisti, gente dello spettacolo mainstream che non necessitano né di visibilità, né di essere aiutati nel loro percorso artistico. 

La polemica potrebbe proseguire, perché da ciò nasce l’esigenza di far sentire la voce di quelle compagnie o di quegli artisti che non godono della stessa fama, ma che meriterebbero invece questa vetrina. Il pubblico non sa e quindi crede che oggi ci sia solo la versione italiana di Full Monty (sic!), o Lopez e Solenghi e il loro stanco repertorio, o Valentina Lodovini che interpreta (male) il meraviglioso Tutta casa, letto e chiesa di Dario Fo e Franca Rame. Il Teatro è altro e l’unico modo possibile, se si vuole restare nel “nazionalpopolare”, per (ri)portarlo in tv è l’esempio di Natale in casa Cupiello andato in onda martedì 22 dicembre per la regia di Edoardo De Angelis: una versione televisiva, con una regia televisiva, con un cast indovinato, una riscrittura scenica che non mortifica l’opera originale, ma ne esalta le caratteristiche senza snaturarne il significato. Se ci si dovrà accontentare di questo per ancora altro tempo, è la formula giusta (come già faceva il servizio pubblico in passato). Altrimenti, non appena possibile, fidatevi: entrate in qualunque Teatro, piccolo o grande che sia, perché l’esperienza che avrete vi segnerà, non lo dico da romantico, ma ne sono proprio convinto. Un luogo da vivere in prima persona, dove trovarsi e ritrovarsi, prendendo coscienza di noi stessi. Il resto è solo mercificazione mortificante.

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