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Comicità e serie tv

sabato 27 Marzo, 2021 | di Chiara Checcaglini
Comicità e serie tv
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Piccoli schermi da ridere
Quello tra serialità televisiva e comicità è un connubio di lunga data, che ha generato negli anni una casistica sterminata di sottogeneri, ibridi e tendenze: una cosa è certa, la televisione ha sempre amato i comici e gli autori comici, e ha spesso avuto un ruolo determinante nella loro visibilità, nel loro successo o fallimento, soprattutto nel contesto leader della produzione seriale, gli Stati Uniti.

A proposito di America, se si pensa a serie TV e comicità probabilmente il primo formato che viene in mente è la sitcom, caratterizzata da vari elementi, quali una struttura rigida, set ricorrenti, la presenza di pubblico in studio al di là della quarta parete, simboleggiato nell’immaginario collettivo dalle risate registrate, e il predominio della parola sull’azione. Considerato un termometro degli umori sociali e culturali americani, come racconta Luca Barra nel suo libro La sitcom, è il genere che per decenni è stato in grado di assorbire le istanze e le tendenze della società e ritrasmetterle in una forma accessibile a tutti e perlopiù edulcorata, a volte in modo assolutamente rassicurante, altre più audace. Per quanto si possa definire un formato conservatore, essendo un megafono della realtà esterna dominante, la sitcom ha vissuto nel tempo piccole e grandi rivoluzioni nella rappresentazione: si pensi al passaggio dal contesto familiare (e patriarcale) a quello lavorativo grazie a The Mary Tyler Moore Show negli anni Settanta, pionieristico anche nella rappresentazione di genere grazie alla visione dell’attrice-produttrice Moore; o a quello amicale, portato alla popolarità negli anni Novanta da serie come Seinfeld (culturalmente centrale in America, meno da noi) e Friends; o ai cambiamenti più o meno radicali nella rappresentazione delle disfunzioni familiari, da Pappa e ciccia a Malcolm

La sitcom, e più in generale le serie comedy, hanno anche per lungo tempo rappresentato un auspicabile output televisivo per i comici con già una carriera fuori (o dietro) lo schermo – almeno fino a Louie di Louis C.K., il cui coinvolgimento in casi di abuso, unito alla crescente domanda di prospettive più diversificate, può aver influenzato il ridimensionamento di questa tendenza nei tempi più recenti. Queste serie mettono spesso in scena la professione comica, diventando necessariamente anche opere metariflessive sull’intrattenimento, sulla televisione, sullo scarto tra il mestiere della risata e le proprie miserie quotidiane. Impossibile non citare Jerry Seinfeld appunto, la cui omonima serie “sul nulla”, scritta con Larry David (che sarà a sua volta autore e protagonista di una serie brillantemente cinica e “meta”, Curb Your Enthusiasm), ha decisamente innovato il modo di raccontare la quotidianità dei trentenni metropolitani tra noia, perdite di tempo, inutili rivalità e idiosincrasie fondate sul niente, tradotta in una comicità soprattutto verbale che ha tuttora pochi rivali in termini di ritmo e costruzione della battuta. 

E impossibile non citare Tina Fey, una delle poche donne a ottenere lo status di star nel settore della comicità televisiva, grazie al suo lavoro al Saturday Night Live e alla sua 30 Rock, serie premiatissima fondata sulla rielaborazione della persona dell’autrice-attrice, alle prese con un programma comico e la sua writing room.

Dal punto di vista distributivo è curioso il caso della consistente produzione televisiva del Regno Unito, abbondante e varia (ma prevalentemente bianca): paradossale o straniante, sarcastica o confortante, la comicità britannica è più diversificata di quanto lo stereotipo del British humour può suggerire. In confronto alla quantità di titoli prodotti in Gran Bretagna sono sempre relativamente pochi quelli che arrivano fino a noi: dai Monty Python del Flying Circus, serie pionieristica e irripetibile dove nonsense e paradosso sono al servizio dello smascheramento dell’establishment e del conformismo borghese; a Mr. Bean, alter ego di Rowan Atkinson trasferito in TV dal cabaret, che simboleggia una comicità più rassicurante fondata sull’incarnazione British della maschera comica infantile e poco intelligente, giunto al successo internazionale grazie anche all’assenza di parola; passando per la scrittura di Ricky Gervais e Stephen Merchant in Extras e The Office, meno conosciuta globalmente del suo remake americano con Steve Carell. Ma meriterebbero un recupero perle molto meno conosciute come Spaced, esilarante esperimento low-budget di Jessica Hynes, Simon Pegg e Edgar Wright (poi diventati famosi, con Nick Frost, per la Trilogia del cornetto), o Miranda, scritta e interpretata dalla comica Miranda Hart, che infonde la serie della sua identità attraverso una caratterizzazione che sfida su più livelli i canoni di una comicità anche fisica che siamo abituate a pensare maschile.

Se in passato, a parte qualche eccezione, la comicità nelle serie è stata associata a strutture fisse, schemi ricorrenti e poco spazio di manovra sul formato, negli anni recenti di espansione e moltiplicazione delle narrazioni seriali proprio il genere comedy e comico è stato attraversato da una ventata di originalità che ha regalato sorprese, grazie ad autori, attori, produttori come Michael Shur, Greg Daniels, Dan Goor, Dan Harmon, Phoebe Waller-Bridge, Amy Poehler, Aziz Ansari, e così via. Citiamo da un lato il trend dello stile mockumentary, esplorato a partire dalla già citata The Office e da Arrested Development, proseguito con Parks and Recreation e Modern Family, portato a estremi genialmente demenziali da serie più di nicchia come American Vandal e What We Do in the Shadows. Dall’altro, la commistione con elementi più seri e l’abbandono del cinismo a tutti i costi, da The Good Place alla assurdamente inedita in Italia Schitt’s Creek, da Fleabag alla recentissima Ted Lasso

Insomma, il genere comico nel settore serie TV occidentali è vivo e vegeto, e ha dimostrato di essere tra i più sensibili ad assorbire e interpretare i caratteri socioculturali della contemporaneità. E in Italia? In passato la produzione locale di sitcom non ha mai davvero attecchito, con l’eccezione di prodotti popolari come Nonno Felice e Casa Vianello, che esibivano un forte debito con il varietà e la precedente fama dei loro protagonisti; molti altri casi hanno scontato la vocazione consolatoria e conservatrice della TV generalista, e le preferenze di un pubblico meno abituato di quello anglosassone alla fiction comica. La più eclatante eccezione è Boris, di Mattia Torre, Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, scheggia impazzita di un’attualità disarmante che ha generato un culto inesauribile fatto di battute a memoria e rewatch compulsivi (grazie alla ripetuta presenza nel catalogo di Netflix), oltre a quel fenomeno che, forse ingiustamente, certifica lo straordinario successo di una serie comica: l’impossibilità di separare un cast dai propri esilaranti personaggi.

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