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Méliès, Chomón e le origini del cinema horror occidentale

sabato 20 Novembre, 2021 | di Gabriele Baldaccini
Méliès, Chomón e le origini del cinema horror occidentale
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L’orrore in potenza

Difficile scegliere un punto di partenza per il cinema horror occidentale. È un’operazione complessa in quanto sono molti i tasselli da mettere assieme e, allo stesso tempo, non è per niente semplice comprendere quali siano quelli veramente essenziali. Ci sono però due nomi fondamentali ai quali è necessario fare riferimento se si vuole ricostruire questa possibile genesi: Georges Méliès e Segundo de Chomón.

Il cinema pioneristico dei due, infatti, mostra chiaramente come l’intento orrorifico di alcune delle situazioni messe in scena si renda esplicito e indiscutibile.

In Le manoir du diable (1896) di Méliès un gigantesco pipistrello volteggia e improvvisamente si trasforma nel Diavolo. Le apparizioni e le improvvise sparizioni, il demonio già nella sua dimensione caricaturale e la scenografia come spazio unico di interazione amplificano lo spessore degli elementi a disposizione, dichiarando così il bisogno di andare ad aggiungere sempre più elementi: il calderone dal quale escono fantasmi e scheletri è infatti un oggetto fondamentale per farci asserire che questo possa veramente essere il primo film horror della storia del cinema. Ma Méliès non si ferma e insiste: l’anno dopo, con L’auberge ensorcelée (1897) terrorizza l’ospite di un albergo a suon di oggetti che spariscono all’improvviso. Per non parlare de L’homme à la tête en caoutchouc (1901) dove lo stesso Mélies gonfia, fino a farla esplodere, una perfetta copia vivente della sua testa, in un tripudio di ironia abbastanza macabra per l’epoca.

Sicuramente la natura spesso giocosa del francese ci induce ad attenuare ogni elemento potenzialmente spaventoso, ma il volume dell’eccesso, della ricerca continua di una stramba meraviglia basta a convincerci che ci troviamo di fronte a un maestro dell’orrore. Forse molto, o tutto, dipende fortemente da quel bisogno stringente in Méliès di fare – come scriveva Fernaldo Di Giammatteo – “del cinema il luogo della irrealtà”, uno spazio in cui, solo per il fatto di poter assistere a qualcosa di incredibile, è possibile suscitare inconsciamente il terrore.

E, più o meno, le stesse carte le gioca anche lo spagnolo Segundo de Chomón: in Le spectre rouge (1907) le illusioni e le sparizioni delle giovani ragazze vengono quasi percepite come inquietanti in quanto a realizzarle è una figura demoniaca e scheletrica; in La Maison Ensorcelée (1908) il personaggio che infastidisce gli avventori è una specie di diabolico spiritello che in una delle ultime inquadrature diviene enorme, manifestandosi in tutta la sua vile ripugnanza.

Si può notare, anche solo dando un’occhiata a questi pochi cortometraggi, come l’horror, nel cinema di Méliès e de Chomón, sia qualcosa che scaturisce naturalmente. Ciò è dovuto probabilmente alla percezione stessa della fantasmagoria, un orrore che sicuramente niente ha a che fare con il tripudio gotico di certi stilemi che già sono presenti nella cultura popolare e che quindi ancora dovranno aspettare per contaminare anche le espressioni della settima arte. Quello che però colpisce di questo orrore in potenza è la naturalezza con la quale si cesellano le figure che si spostano e si atteggiano sullo schermo, che danno forza e colmano quelle lacune che le separano da un orrore completamente in atto.

Insomma, come sosteneva Odilon Redon, il segreto della riuscita dell’esperimento sta tutto lì: “nel dare vita a esseri inverosimili secondo le leggi della verosimiglianza, sottoponendo, nella misura del possibile, la logica del visibile al servizio di tutto ciò che è invisibile”.

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