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Il cinema di Na Hong-jin

venerdì 31 Luglio, 2020 | di Giampiero Raganelli
Il cinema di Na Hong-jin
Corea: autori a confronto
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Cento sfumature del villain

Nel 2008, una memorabile proiezione di mezzanotte a Cannes consacrò la nascita di un nuovo autore, nell’ambito di una cinematografia in fermento come quella sudcoreana. Si trattava di un thriller a tema serial killer, The Chaser, primo lungometraggio del giovane Na Hong-jin.

Un’opera innovativa – pur avendo ben presente alcuni modelli classici come quello di Hitchcock –, che può benissimo essere considerata il film definitivo sugli omicidi seriali. Il regista non ha deluso con i suoi film successivi, The Yellow Sea, del 2010, e The Wailing, del 2016, che ancora rimasticano e rielaborano topoi classici del cinema di genere, quelli sulla criminalità organizzata e i sicari, nonché l’horror soprannaturale e l’esorcismo. 

The Chaser si segnala per la sua capacità di stravolgere le regole narrative classiche, suddiviso in due parti ribaltate rispetto a una progressione tradizionale di detection. Na Hong-jin rifiuta il whodunit, è abbastanza chiaro da subito chi sia l’omicida, secondo una classica regola della suspense hitchcockiana, e la concitata prima metà di film – la donna nell’antro dell’orco, pronto a ghermirla – coincide con quello che è, tradizionalmente, un momento conclusivo, come anche, per esempio, ne Il silenzio degli innocenti, di cui The Chaser può rappresentare una reinterpretazione allucinata, dove si perdono tutti i punti fermi, di bene e male, e di happy end. Il serial killer è catturato e assicurato alla giustizia, dovremmo essere alla conclusione, ma, per la dabbenaggine delle istituzioni, su cui spesso il regista ironizza, viene rilasciato e, ora, tutta la seconda parte diventa una corsa angosciante a salvare la ragazza. Ma è ancora un’elusione dei meccanismi spettatoriali, nel togliere l’aspettata comfort zone, nel non arrivare in tempo, nel mancato salvataggio della povera donna, alla cui ricerca disperata concorreva anche la sua figlioletta. Na Hong-jin è spietato nei confronti dello spettatore, proprio come il killer. 

Il cinema dell’autore sudcoreano è fatto di reietti dei sobborghi, di ambienti marginali, quello della prostituzione nei quartieri di Seul in The Chaser, quello degli joseonjok, i coreani espiantati in Cina, che riempiono le bische e le sale da gioco clandestine, dei boat people e della malavita organizzata, in The Yellow Sea, quello dei villaggi rurali degradati a Gokseong, nella parte montuosa del paese in The Wailing.

In The Yellow Sea seguiamo il villain fin da dopo l’omicidio, parteggiando per lui. In realtà non si tratta del vero omicida, non è stato il coreano cinese Gu-nam a portare a termine il compito assegnato, ma l’autista della vittima, che lo ha anticipato. Pare che in tanti avessero interesse a far fuori quell’uomo d’affari: la scena dell’omicidio sembra una variante seria del prologo di Uno sparo nel buio. Dal punto di vista morale, non cambia molto perché il ragazzo avrebbe ucciso quell’uomo. Nella lunga e strepitosa scena dell’omicidio sulle scale, Na Hong-jin inaugura quella che sarà una sua cifra stilistica di ambiguità onirica: mettere in scena sviluppi narrativi alternativi in chiave di sogno, da cui ci si risveglia bruscamente, uno stratagemma spesso usato anche in The Wailing. E qui abbiamo le due scene dell’omicidio, quella solo immaginata da Gu-nam, che sarà comunque ritenuto colpevole, e quella invece realizzata dall’autista. Ancora una cesura narrativa: dopo l’omicidio abbiamo una svolta, il film prende un’altra direzione, come in Psycho. Ancora un film spietatissimo e cinico, per i legami con i figli piccoli, come negli altri film, per la scoperta della morte della moglie, anche se poi il finale mescolerà ancora una volta le carte da gioco, e per la stessa fine di Gu-nam, gettato bellamente in mare dal pescatore che lo stava portando in barca per sbarazzarsene. The Yellow Sea è un film di autisti, conduttori, persone che si spostano, in treno, nei container, in navi clandestine, che si fidano, spesso sbagliando, di chi li trasporta.

Il serial killer di The Chaser, Jae Yeong-min, inaugura una galleria dei villain anomali dell’autore sudcoreano, così come come anomali sono i buoni: siamo lontanissimi dalla genialità di Hannibal Lecter, con il suo rapporto di stima con Claire Sterling. Jae Yeong-min svolge la sua attività da mattatoio come una routine, si lascia anche scappare che le ha uccise lui, esprime la banalità del male. Vengono buttate lì delle spiegazioni psicologiche alle sue efferatezze, impotenza e traumi infantili, da bignami della psicanalisi, ma senza troppa convinzione, come quelle per giustificare Norman Bates alla fine di Psycho. Il serial killer non è un errore della società, che, anzi, lo lascia libero per imperizia, ma un suo prodotto. Una società marcia e corrotta, dove le forze dell’ordine preferiscono perseguire i contestatori che hanno lanciato escrementi addosso al sindaco, imbrattandolo, piuttosto che i maniaci assassini.

Più interessante la figura del suo oppositore. Claire Sterling diventa un magnaccia, con un passato da poliziotto corrotto. Eom Joong-ho svolge un attività ben organizzata, nel suo ufficio, con il suo block notes, in cui segna e fissa gli appuntamenti delle sue ragazze. La prostituzione e il suo sfruttamento sono attività illegali in Corea del Sud, nonostante la loro diffusione. Eom Joong-ho è un cinico trafficante di carne, per il quale la difesa delle sue ragazze è necessaria solo per il denaro che rappresentano. Non esita a mandare una di queste a fare da esca. Va detto, però, che il rapporto di tipo paterno che instaura con la bambina lo porterà a un riscatto morale.

I villain di The Yellow Sea, oltre a Gu-nam, in realtà sicario per necessità e ricatto, sono i due boss della malavita che si contrappongono, Myun Jung-hak, della mafia sino-coreana, e Tae-won, della Gangpeh, la criminalità organizzata sudcoreana. Sudicio e sordido il primo, molto vicino al Eom Joong-ho del film precedente, non a caso interpretato dallo stesso attore, Kim Yoon-seok; altoborghese, elegante il secondo, che fa la bella vita e va alla messa cristiana, e che, in punto di morte, confessa la sua gelosia possessiva: «Si è fatto la mia donna, a casa mia». 

Con The Wailing la figura del villain si arricchisce di nuove peculiarità. Ancora è identificato subito nello straniero giapponese, un eremita cacciatore, un uomo orrendo, che terrorizza tutti, che si nutre di selvaggina, una creatura animalesca, demoniaca, come compare nei sogni del protagonista. Un personaggio allucinato, che rimane indifferente quando scopre i protagonisti frugare nella sua capanna, trovando le foto degli omicidi che lo incastrerebbero. Ma, con questo film, Na Hong-jin amplifica l’ambiguità narrativa, abbinandola a un’estrema ambiguità e liquidità della morale, mettendo in gioco il manicheismo cristiano e il principio delle dualità bilanciate eum-yang. In un conflitto, o confronto, culturale che coinvolge due sciamani, con le relative ritualità tribali, uno buono che si scoprirà cattivo e una cattiva che si rivelerà buona, un vecchio giapponese, identificato con una maschera di teatro noh e una stampa erotica shunga, e un pretino cristiano, un diacono coreano che parla il giapponese, e poi citazioni dai Vangeli. Riferimenti alla chiesa cristiana, estremamente pervasiva nella società sudcoreana, ci sono in tutti i film del regista.

Il cinema di Na Hong-jin regala sequenze mozzafiato, inseguimenti, di corsa, in macchina, in camion e anche a nuoto (in The Yellow Sea), in un universo sordido di efferatezze da grand guignol, con cadaveri smembrati, eviscerati, amputati, mani mozzate usate come decorazioni di un acquario, dove si uccide senza armi da fuoco, ma con coltelli, mannaie e perfino con un grande osso, come quello impugnato da Myun Jung-hak di The Yellow Sea. Un elemento primigenio, la prima arma dell’uomo secondo 2001: Odissea nello spazio.

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