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In questo numero

Il cinema coreano negli anni del muto (1926-1934)

venerdì 31 Luglio, 2020 | di Dario Tomasi
Il cinema coreano negli anni del muto (1926-1934)
Cinema coreano
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Sotto il giogo giapponese

Dopo la vittoriosa guerra sulla Russia zarista nel 1904, il Giappone estende il proprio controllo sulla Corea, già a lungo oppressa da un secolare dominio cinese, col beneplacito degli stessi Stati Uniti; nel 1907, il re Gojong viene costretto ad abdicare, a favore del figlio Sunjong, poi,  a sua volta, deposto nel 1910, quando il Paese, il 22 agosto, firma un trattato di annessione al Giappone, che riesce, così, ad avere la meglio sulle pretese egemoniche di Cina e Russia. L’occupazione della Corea si protrarrà sino alla fine della Seconda guerra mondiale, facendosi, con l’avvicinarsi al conflitto e durante il suo svolgimento, sempre più dura, tanto da arrivare al sostanziale tentativo di cancellare l’identità nazionale del Paese, sopprimendone i mezzi d’informazione, la lingua, la religione e la cultura.  

È evidente che l’occupazione giapponese ebbe gravi conseguenze sulla realtà del cinema coreano, impedendone un libero sviluppo, tanto che non sono pochi i critici del Paese a ritenere che si possa parlare di un vero cinema nazionale solo dopo 1945, con la fine dell’occupazione.  Esistono, tuttavia, anche in questo periodo, degli aspetti d’interesse e, in qualche modo, di opposizione al regime dominante. 

Nessuno dei film realizzati in questo arco di tempo è stato conservato, a causa della negligenza del governo coloniale giapponese, della distruzione operata dalla guerra di Corea, dell’indifferenza dei successivi regimi militari. Di fatto, la gran parte dei film realizzati nel Paese sino al 1945 è andata perduta, sono poco più di una decina quelli sopravvissuti, nonostante che dai primi anni Venti alla resa giapponese ne siano stati prodotti fra i 150 e i 160, la metà dei quali fra il 1926 e il 1937. 

Uno dei principali problemi del cinema coreano di questi anni è il rapporto con la censura, che viene sistematizzata con la legge del 1926, anche se i suoi effetti incominciano davvero a farsi sentire all’inizio degli anni Trenta, con l’avviarsi dell’avventura militare giapponese in Cina, attraverso l’occupazione della Manciuria, così da spingere alcuni cineasti coreani a cercare fortuna all’estero, soprattutto a Shanghai, come accade per l’attore Jin Yan. 

Prima di allora, la regolamentazione dell’attività cinematografica riguardava soprattutto le sale, che erano spesso visitate dalla polizia, al fine di controllare che i commenti dei byeonsa – gli oratori che narravano e commentavano i film muti – non contenessero accenni antigiapponesi. Con la legge del 1926, invece, ogni film deve essere posto al vaglio della censura, che può accordare a esso il visto solo nel caso che questi non danneggi la sicurezza, la morale e la salute pubbliche. Quando ciò accadeva, e, vista la vaghezza di tali criteri, la cosa accadeva con una certa frequenza, un film poteva essere bandito o costretto a diversi tagli. La legge del 1926 testimonia di come il governatorato giapponese incominciasse davvero a rendersi conto dell’influenza che il cinema poteva avere sulla popolazione. 

Il film più considerato di questi anni, un vero e proprio spartiacque della storia del cinema nazionale, che seppe approfittare delle incertezze del potere giapponese, è Arirang (Alilang, 1926), diretto dal venticinquenne Na Woon-gyu che ne è anche produttore e interprete. Il soggetto verte su uno studente mentalmente instabile, che, dopo essere stato arrestato per aver partecipato ai moti rivoltosi del marzo 1919, è coinvolto nell’omicidio un uomo colluso con i giapponesi, intenzionato a stuprarne la giovane sorella, e per questo è nuovamente messo in carcere. Il titolo del film – che sarà riproposto da Kim Ki-duk, nel 2011 – è quello di una vecchia canzone popolare che, arrangiata, diventa una sorta di inno del movimento per l’indipendenza. Apprezzato non solo per il suo implicito messaggio politico, il film sarà un’importante fonte d’ispirazione per un cinema d’impronta realista e allusivamente votato alla resistenza contro l’invasore. 

Ritenuto il più importante regista del cinema coreano degli anni Venti, Na Woon-gyu, che in gioventù fu un attivo militante della resistenza anti-giapponese e per questo più volte arrestato o costretto all’esilio, fonda nel 1927, con la collaborazione di Park Seung-pil, una casa di produzione  che porta il suo stesso nome, con la quale realizza diversi melodrammi, nei quali assume spesso il ruolo di vittima delle difficili condizioni della società dell’epoca. Dopo Arirang, di cui interpreta, dirige o scrive altri due sequel, il suo film più importante è In Search of Love (Salangeul chajaseo, 1929), un’epica produzione, ricordata per le più di mille comparse, in cui tre coreani, che cercano per disperazione di fuggire dal paese, sono uccisi dai banditi e dai giapponesi, mentre tentano di attraversare il fiume Dunam, al confine con la Cina. Bloccato una prima volta dalle autorità, il film, ora perduto come Arirang, è poi nuovamente distribuito, dopo aver, però, subito numerosi tagli. L’insuccesso economico di Deaf Sam-ryong (Beongeoli Sam-ryong, 1929), storia di un servitore muto che s’innamora della figlia del proprietario terriero di cui è alle dipendenze, lo costringe a chiudere la sua casa di produzione, ponendo così anche sostanzialmente fine alle sue speranze di realizzare film in grado di denunciare la disperata condizione del popolo coreano, sotto l’oppressione giapponese. Lavora tuttavia ancora sino al 1937, quando muore a soli 35 anni, a causa della tubercolosi. 

Pur nei limiti dell’oppressione coloniale, l’ideologia socialista ha una certa diffusione fra l’intellighenzia coreana in qualche modo legata al movimento per l’indipendenza. Tale influenza si traduce anche nella realizzazione di quattro o cinque film a tendenza socialista, prodotti dalla Korean Art Proletarian Federation (KAPF) – nata nel 1925 e sciolta poi, dalle autorità giapponesi, nella metà degli anni Trenta -, fra i quali The Wandering (Yurang, 1928) e The Imbecile Street (Honga, 1930), entrambi di Kim Yu-young. Importanti, nell’ambito della storia di un cinema di resistenza, anche i film del regista e attore Yun Bong-chun, come The Big Grave (Keun mudeom, 1931), che verte sulla lotta di alcuni operai contro il loro “padrone”, in una fabbrica di Incheon, e sul supervisore che si schiera dalla loro parte, prima di andare in Manciuria – per unirsi all’esercito in lotta per l’indipendenza del Paese -, dove sarà catturato e condannato a morte. Di là da casi più o meno eccezionali, come Arirang e i “film socialisti”, la produzione dominante il cinema muto coreano era, tuttavia, costituita da innocui e lacrimevoli melodrammi ad ambientazione contemporanea, film in costume che si rifacevano alla tradizione culturale del Paese, e opere di propaganda, a sostegno del governo giapponese e della sua politica imperialista. Nell’ambito del melodramma, che rimarrà il genere dominante il cinema coreano sino alla svolta, nel Sud, degli anni Novanta, vanno ricordati quei film segnati dalla presenza di personaggi femminili che, abbandonata la morale confuciana, finiscono con lo sfidare l’imperante carattere patriarcale della società, attraverso un disinvolto rapporto con la sessualità, e pratiche quali quelle del divorzio e di un secondo matrimonio. Si tratta, tuttavia, di personaggi le cui scelte producono tragiche conseguenze e di film in cui, dopo essere stata trasgredita, la morale confuciana torna a riaffermarsi, come l’unica possibile.

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